Ero in viaggio. Al casello di Candela mi sono fermata. Tir di traverso, trattori in fila. Uomini e donne che da dieci giorni presidiavano l’asfalto: agricoltori, olivicoltori, autotrasportatori, piccoli imprenditori giunti da ogni angolo della Capitanata.
Da Ascoli Satriano, dove le saracinesche si sono abbassate per solidarietà, a Troia, ai due Castelluccio, a Bovino, Deliceto, Orsara, Accadia e Rocchetta Sant’Antonio.
Mi sono fermata per solidarietà. Sono rimasta perché, in quelle persone, mi sono riconosciuta. La mia famiglia vive di autotrasporto da generazioni. Conosco le sveglie prima dell’alba, i chilometri interminabili, le scadenze che non concedono tregua, i conti rifatti sul tavolo della cucina. Conosco i sacrifici silenziosi di chi, ogni giorno, sostiene l’economia di questo Paese.
Erano in cerchio, con i camion alle spalle. Discutevano delle loro difficoltà. Io ascoltavo.
Michele Spinetti, autotrasportatore di Ascoli Satriano, mi ha ricostruito la geografia della mobilitazione. Dall’11 ottobre la protesta, partita dal Foggiano, ha dato vita a presidi a Candela, Cerignola, San Severo e Melfi, estendendosi poi a Sicilia, Calabria, Molise e Campania, fino ai caselli del Lazio.
Ne ha spiegato le ragioni con la lucidità di chi il problema lo vive. Il caro gasolio non rimane confinato nella cabina di un camion. Attraversa la filiera, si incorpora nei prezzi, diventa carovita. Per tutti. Dal Covid in poi l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie e i margini delle imprese, senza che all’aumento dei costi corrispondesse un adeguamento proporzionato dei ricavi. Da qui la prima rivendicazione: un intervento reale sul prezzo alla colonnina, dove si rifornisce anche il comune cittadino.
Michele è stato categorico: non è una protesta di settore, né di partito. È una protesta di popolo. Nessuno pretende soluzioni miracolose. Si chiedono interventi credibili, anche graduali, purché accompagnati da misure immediate capaci di impedire la chiusura di altre attività.
I numeri sono eloquenti. In numerosi distributori della Puglia il gasolio sfiora e, in alcuni casi, supera i 2,50 euro al litro. Le rate di leasing di un camion possono raggiungere quattro, cinque, persino seimila euro mensili, mentre i committenti pagano anche a novanta o centoventi giorni. Il carburante si paga subito. Le rate scadono puntualmente. I ricavi arrivano dopo.
Il signor Pietro, autotrasportatore di Candela, mi ha raccontato la condizione dei padroncini delle tratte locali: margini esigui, costi incomprimibili, nessuna struttura finanziaria capace di assorbire gli imprevisti. Sono tra i più vulnerabili. Eppure resistono.
Nei campi lo squilibrio è analogo. Il signor Rocco, agricoltore di Candela, il signor Michele, di Troia, e altri riferiscono che il grano si vende a 27 euro al quintale, quando ne servirebbero almeno 30 per coprire le spese. Il pomodoro viene pagato al produttore pochi centesimi, mentre nei punti vendita può raggiungere prezzi fino a 7,50 euro al chilogrammo.
Chi coltiva sostiene il rischio. Chi trasporta anticipa i costi. Chi acquista sopporta il rincaro.
E poiché in Italia oltre otto decimi del trasporto terrestre delle merci si svolgono su strada, fermare i camion significa incidere sull’intero sistema economico nazionale.
A quel punto il discorso si è fatto tecnico. Piergiorgio Sarni, autotrasportatore di Ascoli Satriano, ha illustrato le richieste strutturali della categoria. Anzitutto, costi minimi di esercizio obbligatori, commisurati alle esigenze di sicurezza stradale e sociale, con autonoma e verificabile evidenza nella fatturazione elettronica. Non un privilegio tariffario: una garanzia contro corrispettivi che costringono a lavorare sottocosto.
Poi le soste per carico e scarico. L’articolo 6-bis del decreto legislativo n. 286 del 2005 prevede già una franchigia di novanta minuti e, oltre quel limite, un indennizzo di cento euro l’ora quando il ritardo non è imputabile al vettore. Secondo gli operatori, tuttavia, quel riconoscimento non sempre si traduce in un ristoro tangibile. Un diritto che rimane sulla carta non elimina il pregiudizio di chi lo subisce.
Vi sono poi le ore perdute davanti ai cantieri autostradali, che espongono a contestazioni per ritardi estranei alla responsabilità del trasportatore. E la carenza di aree di sosta attrezzate e protette, indispensabili quando si raggiungono i limiti di guida. In gioco ci sono la sicurezza, l’equilibrio contrattuale e la possibilità stessa di esercitare dignitosamente una professione.
Al presidio, intanto, emergeva una questione ancora più profonda. La rappresentanza.
Ai tavoli istituzionali siedono le grandi organizzazioni nazionali, comprese quelle riconducibili al mondo confindustriale. Michele Garruto, autotrasportatore di Rocchetta Sant’Antonio, Michele Spinetti, Piergiorgio Sarni e altri presenti dichiarano di non riconoscersi in esse. A loro avviso, quelle organizzazioni non ne conoscono le difficoltà né ne ascoltano le esigenze, e alcuni rappresentanti non avrebbero mai sperimentato la vita su un camion.
La legittimazione non si esaurisce in un’investitura formale. Non basta parlare in nome di una categoria: occorre che la categoria si riconosca in chi ne assume la voce.
Ed è qui che la protesta ha creato un precedente significativo.
Il 20 ottobre, a Milano, i delegati dei presidi hanno interloquito direttamente con il ministro Matteo Salvini, senza che il dialogo fosse riservato alle organizzazioni tradizionali. L’obiettivo, ora, è un tavolo permanente nel quale anche i rappresentanti della mobilitazione partecipino alla definizione delle soluzioni.
Eppure, già il 13 ottobre undici associazioni nazionali avevano chiesto al ministro dell’Interno di intervenire contro i blocchi. Il 21 ottobre, all’indomani degli incontri di Milano, le organizzazioni dell’Albo hanno reiterato la richiesta: rimuovere i presidi ancora attivi.
Agli occhi dei manifestanti, il paradosso resta: una rappresentanza che chiede di rimuovere la protesta di coloro dei quali dichiara di difendere gli interessi. È una frattura che merita di essere compresa nelle sue cause.
Da Milano sono poi arrivati gli annunci del Governo. Il viceministro Rixi ha riferito dello sblocco di risorse per circa un miliardo di euro. Per le domande relative al periodo fino ad agosto prende avvio l’erogazione di circa 480 milioni, con completamento previsto entro novembre. Lo stesso Salvini ha riconosciuto che non si tratta della soluzione definitiva, ma dell’inizio di un percorso.
Una parte considerevole di quelle risorse era già stanziata: le imprese ne attendevano ancora la materiale disponibilità.
Stanziare non significa pagare. Annunciare non significa eseguire. E per chi ha scadenze improrogabili, quella differenza può decidere la sopravvivenza dell’impresa.
Il 27 ottobre è previsto un nuovo incontro per verificare le misure promesse. Sul tavolo, anche una clausola di salvaguardia sul modello spagnolo, che trasferisca sulla committenza il maggior costo del carburante secondo criteri predeterminati, e il riconoscimento dei costi minimi vincolanti.
Tra i manifestanti il giudizio è stato netto: palliativi, incapaci di risolvere una crisi strutturale. Un’impresa può resistere, indebitarsi, sacrificare il patrimonio familiare. Poi arriva il limite. E quando lo si supera, il camion si ferma comunque. Non per protesta. Per impossibilità economica.
Dal 21 ottobre diversi caselli sono stati liberati. Per i lavoratori che ho ascoltato, però, non è una resa: è una tregua. I presidi della Capitanata restano in contatto con gli altri gruppi, e alcuni prospettano un nuovo sciopero entro una quindicina di giorni, qualora l’incontro del 27 ottobre non producesse risultati concreti.
Altrove la protesta prosegue. In Calabria i presidi intendono mantenere il fermo fino al 27 ottobre; in Campania la situazione resta articolata.
E poi c’è la Sicilia. La revoca del fermo decisa dal Comitato Trasportatori Siciliani è stata presentata da alcune cronache come la fine della mobilitazione nell’Isola. Non tutti, però, hanno aderito. A Palermo i mezzi sono rimasti davanti all’ingresso del porto. Nell’area di Catania e a Messina Sud alcuni gruppi hanno continuato a presidiare gli accessi autostradali. Il fronte non è unitario nelle decisioni, ma una parte dei manifestanti continua a ritenere insufficienti gli impegni del Governo.
Gli effetti della mobilitazione si avvertono ormai lontano dai presidi: difficoltà di approvvigionamento fino alla Lombardia e al Veneto, indisponibilità di carburante per gli aeromobili negli aeroporti di Crotone e Reggio Calabria. La paralisi di una filiera strategica rivela quanto il Paese dipenda da lavoratori ai quali troppo spesso si presta attenzione soltanto quando il loro servizio viene meno.
Ma c’è un aspetto che, più di ogni altro, merita di essere raccontato. Il metodo.
Al casello autostradale ho visto mezzi pesanti fermi e automobili lasciate transitare. Ristoratori che offrivano pasti gratuiti, negozi della provincia chiusi per solidarietà, famiglie, bambini, bandiere tricolori.
È questa la protesta gentile. Gentile non significa remissiva. Significa saper distinguere la fermezza dalla prevaricazione, la rivendicazione dall’intimidazione, l’esercizio di un diritto dal suo abuso.
Le forze dell’ordine erano presenti, e il clima che ho osservato era sereno. Ma lontano dai riflettori: le immagini degli scontri conquistano il centro della narrazione pubblica, mentre le ragioni di migliaia di lavoratori che manifestano pacificamente faticano a trovare spazio.
La libertà di manifestare non autorizza nessuno a comprimere arbitrariamente i diritti altrui, e ogni condotta illecita deve essere accertata e perseguita. Ma la responsabilità è personale. La condotta di pochi non può diventare il pretesto per oscurare un disagio sociale che merita risposte.
E c’è un’altra forma di violenza, silenziosa e quotidiana: quella di chi lavora e non arriva a fine mese, di chi produce in perdita, di chi dopo una vita di sacrifici rischia di perdere tutto.
Tra quei camion ho incontrato anche la politica. O meglio, due modi opposti di intenderla. I politici e i Politici.
I primi arrivano quando si accendono le telecamere, cercano lo scatto da consegnare ai social, pronunciano parole di solidarietà e promettono interventi. Eppure la solidarietà si misura negli atti e nei voti, non nelle dichiarazioni.
Colpisce, in questo quadro, l’atteggiamento di alcuni esponenti pugliesi di Fratelli d’Italia, forza di opposizione in Consiglio regionale, che indirizzano la polemica verso la Giunta di centrosinistra. Ma le decisioni sulla fiscalità dei carburanti e le misure di sostegno competono all’Esecutivo nazionale, del quale Fratelli d’Italia è componente determinante. Non si può spostare il bersaglio della contestazione per sottrarre al giudizio pubblico chi detiene il potere di decidere.
E poi c’è la Politica con la maiuscola. Quella che non ha bisogno di annunci, fotografi o passerelle. A tarda sera, al casello di Candela, è arrivato Giulio Scapato, consigliere regionale della Puglia, vicepresidente della Commissione Bilancio e componente della Commissione Sviluppo economico. Nessuna fotografia. Nessuna dichiarazione. Ha portato pizze e solidarietà a persone che da giorni vivevano sulla strada per difendere il proprio lavoro. Io ero lì. L’ho visto.
Gli autotrasportatori e gli agricoltori non chiedono elemosine, né privilegi.
Oggi le piazze della democrazia sono anche i caselli autostradali. Luoghi nei quali uomini e donne, schiacciati da costi insostenibili, reclamano ciò che dovrebbe essere elementare in una Repubblica fondata sul lavoro: poter continuare a lavorare in condizioni dignitose.
Ai giovani vorrei rivolgere un invito. Non delegate ad altri la formazione del vostro giudizio. Andate a vedere. Ascoltate. Confrontate le versioni. Cercate i fatti. Esercitate il dubbio. Avvicinatevi a chi manifesta civilmente: agli autotrasportatori, agli agricoltori, ai piccoli imprenditori. A quelle persone perbene che non dispongono di uffici stampa né di potenti apparati di comunicazione. Hanno la propria voce. E il coraggio di usarla.
In questi giorni il Sud ha offerto al Paese una lezione di partecipazione civile. Partita dalla Capitanata, la mobilitazione ha attraversato il Mezzogiorno e il 21 ottobre ha raggiunto anche Ravenna.
Il suo significato, però, non è geografico. Sta nella capacità di lavoratori di categorie e territori diversi di riconoscere una condizione comune e trasformarla in una rivendicazione collettiva.
Una democrazia non si misura dalla quantità delle promesse di chi governa. Si misura dall’effettività dei diritti e dalla capacità delle istituzioni di riconoscere nel dissenso civile non una minaccia da neutralizzare, ma una voce da comprendere.
Queste persone non protestano soltanto per sé. Protestano per la tenuta di un sistema economico dal quale dipendiamo tutti.
E il pericolo per la democrazia non è chi alza la voce per chiedere giustizia. È chi, pur avendo il potere di ascoltare, sceglie di voltarsi dall’altra parte.
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