Passaggio chiave a Palazzo Madama sulla riforma della legge elettorale. L’Aula del Senato ha respinto il sub-emendamento del Partito Democratico volto a eliminare i capilista bloccati e a introdurre le preferenze per tutti i candidati. Con questo voto, la maggioranza di governo ha ritrovato compattezza, scongiurando il rischio di una spaccatura interna.
Il nodo delle preferenze e le tensioni nella coalizione
La questione legata alle modalità di scelta dei parlamentari aveva aperto una faglia politica tutt’altro che marginale all’interno del centrodestra. Fratelli d’Italia si era storicamente speso in passato a favore di un maggiore potere di scelta in capo agli elettori. Proprio su questa linea si era inserita l’iniziativa del centrosinistra, capace di mettere sotto pressione i rapporti tra i partiti della coalizione.
Mentre Forza Italia e Lega si erano schierate da subito con netta contrarietà rispetto a modifiche che alterassero l’equilibrio del testo, la posizione del partito della premier ha finito per convergere sulla linea degli alleati. Il governo, rimettendosi all’Aula sul sub-emendamento a firma di Dario Parrini (Pd), ha trasformato il voto palese in un banco di prova politico. Fratelli d’Italia ha infine votato contro la proposta, respingendola insieme a Lega e Forza Italia.
Durissime le opposizioni
All’annuncio dell’esito del voto, dai banchi dell’opposizione si sono levate forti proteste e grida di «Vergogna!». Il clima a Palazzo Madama si è surriscaldato, con il Partito Democratico che ha accusato la maggioranza e la presidenza del Consiglio di incoerenza rispetto alle storiche battaglie sul diritto dei cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti.
«Un’iniziativa unitaria delle opposizioni che ha mandato in tilt il centrodestra», ha tuonato il vicepresidente della commissione Affari costituzionali del Senato Dario Parrini, contestando un impianto che, a giudizio dei dem, relega le preferenze a una porzione limitata e lascia intatto il blocco dei capilista.
Verso la definizione del testo
Superato lo scoglio del voto sulle preferenze, la maggioranza archivia temporaneamente lo spettro di una crisi sui rapporti interni legati alla riforma. Il testo – approvato dalla Camera dei deputati lo scorso 16 luglio e approdato direttamente all’esame dell’Assemblea del Senato senza il mandato del relatore a causa dei tempi stretti in commissione Affari Costituzionali – prosegue ora il suo iter parlamentare verso la definizione definitiva del nuovo assetto di voto per Camera e Senato.
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