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L’Italia ha l’elettricità più cara d’Europa e servono urgentemente circa 350 milioni di euro per rifinanziare gli sconti su diesel e benzina

Last updated: 19/05/2026 11:21
By Redazione 78 Views 8 Min Read
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L’indipendenza energetica da Mosca è quasi totale, ma il conto arrivato a famiglie e imprese italiane è il più salato dell’Unione Europea.

Il rapporto sui quattro anni del piano RePowerEu, la strategia comunitaria nata per azzerare la dipendenza dai combustibili fossili russi, fotografa una realtà amara per il nostro Paese: nel 2025 il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità in Italia è stato di 116 euro per megawattora (MWh), a fronte di una media UE di appena 85 euro. Un divario del 36% in più che ci conferisce il primato negativo tra i 27 Paesi membri.

Nonostante gli sforzi, la transizione non ha protetto i consumatori. Nella prima metà del 2025, le famiglie italiane hanno pagato l’elettricità ben 32,9 centesimi al kWh (quarto valore più alto nell’UE), mentre i prezzi retail per l’industria sono schizzati a 203 euro/MWh. A pesare su questa cifra è soprattutto il costo vivo dell’energia (61%), seguito da tasse (18%), mercato del carbonio (11%) e oneri di rete (10%).

L’Italia è riuscita a ridurre la dipendenza dal gas russo a meno del 3% del fabbisogno nazionale. Un risultato accelerato dal blocco definitivo del transito del metano di Mosca attraverso l’Ucraina, scattato il primo gennaio 2025.

Per compensare, il Paese ha dovuto ridisegnare la propria geografia degli approvvigionamenti:

–Nuove rotte terrestri: Aumento dei flussi da Algeria e Azerbaigian.

–Rigassificatori galleggianti: L’attivazione delle navi Fsru a Piombino e Ravenna, capaci di garantire circa 10 miliardi di metri cubi l’anno.

Il problema? Sostituire il metano siberiano (storicamente molto economico) con il Gas Naturale Liquefatto (GNL) importato via nave da Stati Uniti e Qatar ha fatto esplodere i costi di base.

Secondo la Commissione Europea, le tre contromisure chiave, risparmio, rinnovabili e diversificazione, in Italia non hanno frenato i prezzi a causa di tre fragilità storiche:

  1. La dittatura del “prezzo marginale”: Sebbene le rinnovabili siano cresciute fino a coprire il 47,7% della produzione, i combustibili fossili (principalmente il gas) rappresentano ancora il 52,3% del mix energetico. Poiché il mercato elettrico si basa sul meccanismo del prezzo marginale, è l’energia prodotta dalle centrali a gas, la più costosa, a fissare il prezzo finale per tutti.
  2. Isolamento della rete: La capacità di interconnessione elettrica dell’Italia con l’estero è ferma appena al 5,13%, ben lontana dall’obiettivo UE del 15% fissato per il 2030. Questo limite strutturale impedisce di importare energia più economica dai partner europei nei momenti di picco.
  3. Vulnerabilità oraria: L’Italia soffre di forti picchi di prezzo la mattina e la sera. Quando il sole tramonta e la produzione solare azzera il suo apporto, la scarsa flessibilità del sistema costringe ad accendere istantaneamente le vecchie e costose centrali termiche a gas per soddisfare la domanda.

Per tentare di risolvere queste criticità, il capitolo RePowerEu del PNRR ha stanziato 7,21 miliardi di euro. Risorse che dovrebbero accelerare le riforme per snellire i permessi sulle rinnovabili (con l’obiettivo di raggiungere 71,5 GWh di sistemi di accumulo entro il 2030) e potenziare la rete di trasmissione Nord-Sud ed estera.

La fiammata dei carburanti e l’incubo del blocco dei tir

Se la luce scotta, la situazione dei carburanti rischia di incendiare l’ordine pubblico. Il governo si trova stretto in una morsa finanziaria: servono urgentemente circa 350 milioni di euro per rifinanziare gli sconti su diesel e benzina.

La tensione è altissima nel settore dell’autotrasporto. Lo stanziamento di 100 milioni di euro proposto dall’esecutivo si traduce in uno sconto di appena 6 centesimi al litro; una cifra definita “insultante” dai sindacati di categoria (Unatras e Fai), che hanno già proclamato uno sciopero dal 25 maggio al 3 giugno. Dieci giorni di blocco che minacciano di paralizzare la logistica del Paese.

La vicenda è politicamente sensibilissima per Palazzo Chigi, dato che l’autotrasporto rappresenta un bacino elettorale storico del centrodestra (il leader sindacale Paolo Uggè è un ex deputato di Forza Italia ed ex sottosegretario nei governi Berlusconi). La premier Giorgia Meloni ha convocato d’urgenza i rappresentanti a Palazzo Chigi per tentare una mediazione in extremis.

I margini di manovra economica, tuttavia, sono quasi inesistenti. Giorgia Meloni ha inviato una lettera accorata alla Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, chiedendo di concedere una maggiore flessibilità di bilancio sulle spese energetiche, equiparandole a quelle per la difesa e il riarmo.

La risposta di Bruxelles è stata un freddo “no”. Un portavoce della Commissione ha ribadito che la priorità deve essere lo sfruttamento dei fondi UE già disponibili. Il problema di fondo è che quei finanziamenti (come quelli del PNRR) sono vincolati a investimenti strutturali a lungo termine: utili per il futuro, ma totalmente inutilizzabili per calmierare subito le bollette o assorbire l’impatto geopolitico della crisi in Medio Oriente e delle tensioni con l’Iran sul prezzo del barile.

Con le scorte di petrolio ai minimi storici secondo le stime di UBS e il rischio di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, l’estate si preannuncia caldissima sul fronte dei prezzi. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha tentato invano di convincere i partner europei al G7 delle Finanze a Parigi. Senza il via libera dell’UE, sul tavolo del governo resta l’ultima, pericolosa opzione: chiedere al Parlamento uno scostamento di bilancio unilaterale per sussidiare i consumi. Una mossa che nessuno vorrebbe fare, per evitare di esporre il debito pubblico italiano alle speculazioni dei mercati finanziari.

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