Il recente Rapporto Fnomceo-Censis, presentato a Roma, accende i riflettori sul profondo mutamento del rapporto tra i medici italiani e la propria professione. Tuttavia, i dati emersi rischiano di alimentare una narrazione distorta sul ruolo e sulla natura del lavoro dipendente negli ospedali pubblici. A lanciare l’allarme è Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale di Anaao Assomed, il sindacato maggioritario dei medici ospedalieri, che respinge con fermezza qualunque tentativo di delegittimazione della categoria.
I numeri del disagio: burocrazia e autonomia compressa
Secondo la ricerca del Censis, l’81,5% dei medici italiani associa il lavoro dipendente a un eccesso di burocrazia, mentre il 54% lamenta una forte compressione della propria autonomia decisionale. Statistiche impietose, che secondo Di Silverio fotografano un malessere reale, di cui però vanno individuate correttamente le cause.
«Attenzione a non confondere la causa con l’effetto», avverte il Segretario di Anaao Assomed. «Non è il contratto di lavoro dipendente in sé a generare questa insoddisfazione, ma trent’anni di aziendalizzazione esasperata, un sottofinanziamento cronico, la carenza strutturale di organici e una mole insostenibile di adempimenti burocratici scaricata quotidianamente sul personale. Il medico ospedaliero non ha perso la sua vocazione: viene semplicemente costretto dal sistema a dividersi tra la cura del paziente e una scrivania sommersa dalle carte».
Il fallimento del modello aziendale
Nel mirino del sindacato c’è la governance introdotta dal Decreto Legislativo 502/1992, colpevole di aver subordinato l’autonomia clinica ed etica alle sole logiche economiche e di bilancio. «La vera riforma da attuare è l’abbattimento di questo modello gerarchico e produttivista, non l’incentivo alla fuga verso la libera professione o presunte isole felici di autonomia», prosegue Di Silverio.
L’Anaao si schiera a difesa di chi garantisce la tenuta di pronto soccorso, reparti e sale operatorie, spesso affrontando turni massacranti, stipendi inadeguati rispetto alla media europea e il crescente fenomeno delle aggressioni corsia. «Respingiamo l’idea che i medici ospedalieri siano vittime rassegnate o professionisti di “serie B” rispetto ai privati. Sono le persone che hanno tenuto in piedi il Paese durante la pandemia e continuano a farlo ogni giorno».
Resta alta la passione per la cura
A confermare che la spinta ideale non è affatto esaurita sono altri indicatori dello stesso Rapporto Censis: l’83% dei camici bianchi dichiara che la medicina rappresenta il principale mezzo di realizzazione personale nella vita, e l’80,2% si dice complessivamente soddisfatto della propria scelta. Elementi che testimoniano una solidità valoriale trasversale, che include a pieno titolo la dirigenza medica pubblica.
Le richieste al Governo: quattro pilastri per salvare gli ospedali
Per l’Anaao Assomed il dibattito non deve trasformarsi in una giustificazione per smantellare il pilastro universalistico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), bensì nell’occasione per rilanciarlo. Per restituire dignità al lavoro dipendente, il sindacato indica interventi non più rimandabili:
- Superamento dell’aziendalizzazione e centralità della relazione di cura.
- Abbattimento definitivo del tetto di spesa per il personale sanitario.
- Investimenti massicci sugli organici per fermare i turni estenuanti.
- Adeguamento delle retribuzioni agli standard europei.
«I medici ospedalieri non chiedono di scappare dal Servizio sanitario nazionale», conclude Di Silverio. «Chiedono solo di poter lavorare in un sistema che funzioni. Questa è l’unica riforma utile, non l’ennesima narrazione che danneggia chi, nonostante tutto, popola e difende la sanità pubblica italiana».
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