Riceviamo e pubblichiamo
Signor Presidente,
c’è una mafia che non spara.
Non minaccia.
Non si nasconde.
Firma.
Le scrivo alla vigilia dell’audizione che la Commissione dedica ai più recenti fatti corruttivi e clientelari emersi nell’amministrazione pubblica.
Quei fatti hanno dato l’ennesimo nome a ciò che, un anno fa, Le rappresentavo nella mia prima lettera aperta.
Ma il problema non è il nome.
È il metodo.
E il metodo sopravvive ai suoi protagonisti.
Per decenni ci siamo interrogati su come la mafia si infiltrasse nella politica e nelle amministrazioni.
Era necessario.
Oggi non basta più.
La domanda va rovesciata.
Non soltanto: come entra la mafia nelle istituzioni?
Ma: che cosa accade quando il potere istituzionale adotta logiche di controllo, fedeltà e scambio che la criminalità organizzata ha storicamente praticato?
Paolo Borsellino descriveva mafia e politica come due poteri che insistono sul medesimo territorio: o si fanno la guerra, o si accordano.
Oggi si intravede una terza possibilità.
La contaminazione.
Il metodo mafioso, trasposto nella dimensione istituzionale, non ha bisogno della violenza.
Gli basta il controllo delle opportunità.
La distribuzione degli incarichi.
La selezione degli interlocutori.
La gestione delle procedure.
La concentrazione delle decisioni.
Il professionista riceve l’incarico.
Il tecnico formula il parere.
Il funzionario istruisce.
L’amministratore decide.
La rete si consolida.
E all’esterno tutto appare conforme alle forme della legalità.
È questa la sua forza.
È questa la sua insidia.
I colletti bianchi, in questo scenario, non sono più soltanto la cerniera tra interessi privati e pubblica amministrazione. Possono diventarne il punto di intersezione.
Istruiscono. Attestano. Autorizzano. Orientano. Distribuiscono.
Non hanno bisogno della forza.
Hanno il timbro.
Nei piccoli comuni il rischio è ancora maggiore: ingenti risorse europee e nazionali per opere pubbliche, apparati amministrativi fragili, competenze concentrate, incarichi reiterati e controlli intermittenti.
Il sindaco diventa il centro.
La giunta, il circuito decisionale.
Il comune, il perimetro del consenso.
E il cittadino rischia di trasformarsi da titolare di diritti in destinatario di favori.
Carlo Alberto dalla Chiesa chiedeva che lo Stato desse come diritto ciò che la mafia dava come favore.
Quando accade l’opposto, la patologia è più grave: è l’istituzione stessa a dispensare come favore ciò che dovrebbe garantire come diritto.
Questa è la forma che può assumere la mafia che non si vede.
Non perché sia invisibile.
Perché assume la forma della normalità amministrativa.
Il denaro è del cittadino.
Il danno è collettivo.
Ecco perché la distinzione tra episodio e sistema non è terminologica.
È sostanziale.
L’episodio si persegue.
Il sistema si disarticola.
E la disarticolazione comincia dagli atti.
La responsabilità penale è personale e si accerta nel processo. L’atto amministrativo segue un’altra logica.
Produce effetti.
Consolida situazioni.
Genera vantaggi.
Modifica, talvolta irreversibilmente, un territorio.
La presunzione d’innocenza tutela le persone.
L’autotutela tutela l’interesse pubblico.
Sono garanzie distinte.
Non occorre attendere il giudicato penale per verificare la legittimità degli atti e, ove ne ricorrano i presupposti, esercitare i poteri amministrativi di autotutela.
Il tempo della giustizia penale non è quello della tutela amministrativa.
Nel frattempo i territori cambiano.
Gli interessi si consolidano.
E anche l’inerzia produce effetti.
Occorre dunque cominciare dalla Commissione Tecnica Specialistica per le autorizzazioni ambientali.
Non dalle sole pratiche già emerse.
Da tutte.
Con criteri oggettivi, trasparenti, verificabili.
Priorità ai procedimenti di maggiore impatto economico e territoriale e a quelli contestati nel tempo da cittadini, comitati ed enti locali.
Per anni molti di loro hanno segnalato anomalie, documentato, impugnato, sostenendo personalmente costi e conseguenze.
Hanno diritto di sapere se quelle segnalazioni meritavano ascolto.
E se qualcuno aveva interesse a non ascoltarle.
Ma questo è soltanto l’inizio.
Ciò che non è stato indagato non equivale a ciò che non esiste.
Se le risultanze investigative delineano un possibile sistema, la domanda istituzionale non può fermarsi a ciò che è già stato scoperto.
Deve chiedersi dove quel modello possa essersi replicato.
In un altro assessorato.
In un altro ente.
In un altro comune.
Anche lontano dai riflettori.
Serve un accertamento autonomo, generale, prospettico.
Non subordinato al perimetro dell’indagine penale.
Con criteri predeterminati, vanno esaminati procedimenti, incarichi, consulenze, affidamenti, autorizzazioni e flussi di risorse pubbliche che, pur estranei allo stato a contestazioni penali, presentino analoghe concentrazioni decisionali, reiterazioni soggettive, sovrapposizioni di ruoli o ricorrenze relazionali.
Soprattutto quando gli atti appaiono formalmente impeccabili.
Perché l’alterazione del potere raramente si manifesta nell’ultima pagina del procedimento.
Si annida nella sua genesi.
Nella scelta dell’interlocutore.
Nella costruzione dell’istruttoria.
Nella rete delle relazioni.
La legittimità formale dell’atto non esaurisce la legittimità del processo che lo ha generato.
Quis custodiet ipsos custodes?
La domanda di Giovenale attraversa i secoli e giunge intatta alla Sua Commissione.
Quando il sistema è più grande dei singoli, chi controlla il sistema?
Le chiedo, Signor Presidente, di acquisire agli atti dell’imminente audizione questa lettera e quella che Le indirizzai un anno fa, come contributo documentale e civile alla comprensione del fenomeno.
Le chiedo di valutare un’indagine conoscitiva sull’intera attività della CTS, senza limitarla ai procedimenti già attenzionati, acquisendo l’elenco delle autorizzazioni, dei pareri, degli incarichi, delle consulenze e dei contenziosi.
Le chiedo di estendere l’esame alla gestione delle risorse pubbliche nei piccoli comuni, alla luce dei criteri sopra indicati, e di verificare incompatibilità, conflitti d’interesse e rapporti tra amministrazioni.
Le chiedo di audire i vertici istituzionali competenti.
Le chiedo, infine, di sollecitare le amministrazioni interessate a verificare, ciascuna per le proprie competenze, se sussistano i presupposti per esercitare i poteri di autotutela: riesaminare, annullare, revocare, nei casi e alle condizioni previste dalla legge.
E di vigilare sugli effetti degli atti già adottati.
Non significa anticipare alcun giudizio penale.
Significa esercitare responsabilmente i poteri dell’amministrazione.
La Sicilia ha già conosciuto l’antimafia di facciata.
Oggi rischia qualcosa di più insidioso: lo Stato di facciata.
Istituzioni formalmente integre, ma permeabili a logiche estranee alla loro funzione.
La mafia di ieri cercava un varco nel Palazzo.
Quella di oggi può trovare nel Palazzo gli strumenti del proprio potere.
Non minaccia.
Decide.
Non colpisce.
Esclude.
Non si nasconde.
Si amministra.
Per questo non basta arrestare.
Occorre verificare.
Non basta perseguire.
Occorre prevenire.
Non basta individuare il responsabile.
Occorre disarticolare il meccanismo.
Un anno fa Le scrivevo che Mafiopoli era l’Italia di domani.
Oggi quella domanda torna nuovamente davanti alle istituzioni.
L’audizione dirà se sapranno guardare oltre il singolo nome, oltre il singolo procedimento, oltre il singolo scandalo.
Perché quando emerge un sistema, la responsabilità istituzionale non si esaurisce nell’accertare ciò che è accaduto.
Consiste nell’impedire che accada ancora.
Con osservanza,
Marinella Andaloro
Allegata: prima lettera aperta al Presidente della Commissione Antimafia
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