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Sic transit gloria mundi. A quarant’anni dal Maxiprocesso: lo stesso delirio di onnipotenza. Di Marinella Andaloro

Last updated: 11/02/2026 18:22
By Redazione 114 Views 14 Min Read
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10 febbraio 1986 Aula bunker del dell’Ucciardone, lo Stato italiano, per la prima volta, chiamò la mafia per nome. Quattrocentosettantacinque imputati di Cosa Nostra. Un impianto probatorio mastodontico. Un evento senza precedenti, che travalicò la dimensione giudiziaria per assumere una portata sociale e culturale epocale.

Una verità finalmente pronunciata: Cosa Nostra non è una somma di delitti, ma un sistema. Un’organizzazione unitaria. Verticistica. Gerarchica. Codificata.

Il Maxiprocesso segnò la linea di demarcazione tra l’era dell’impunità e quella della responsabilità, dimostrando che i “mammasantissima” non erano invincibili.

Accadeva in un contesto in cui l’esistenza stessa della mafia veniva ancora negata, in una Palermo prostrata dalla violenza e anestetizzata dall’indifferenza. Si preferiva distogliere lo sguardo. Non nominare l’abisso.

Quel processo dimostrò l’impensabile: la mafia poteva essere combattuta con gli strumenti dello Stato di diritto, con il rigore del codice di procedura penale applicato fino in fondo. 475 imputati, 35 giorni di camera di consiglio, 8.000 pagine di motivazioni.

La vittoria del diritto sulla violenza. Fu il risultato dell’eccellenza investigativa e del rigore metodologico di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

E di magistrati, forze dell’ordine e servitori dello Stato che operarono senza clamore e senza compromessi, spesso pagando con la vita.

Non fu solo un processo. Fu un’insurrezione istituzionale. La risposta definitiva a chi credeva che il terrore potesse annientare la dignità.

Da lì prese avvio una lenta ma profonda metamorfosi culturale fondata sulla legalità e sulla responsabilità collettiva.

Eppure, quarant’anni dopo, mentre quella stagione viene celebrata con rituali solenni, già da tempo una nuova mafia prospera indisturbata.

Non ai margini dello Stato, ma dentro lo Stato.Per decenni la mafia non fu innominabile perchè invisibile. Lo fu perché onnipresente. Esisteva perché nessuno osava nominarla. La sua forza non stava solo negli arsenali, ma nella convinzione collettiva della sua intangibilità. Chi comandava si sentiva eterno. Chi subiva taceva. Chi sapeva si rifugiava nel silenzio.

Un potere che scherniva la legge. Convinto che nessuno avrebbe mai posseduto il coraggio di guardarlo davvero.Quella mafia viveva di impunità.

Di un delirio di onnipotenza sistemica. I boss si muovevano come sovrani assoluti perché nessuno li aveva mai costretti a rispondere. Non violavano le regole. Ne costituivano la versione non scritta.

E proprio perché nessuno osava pronunciarne il nome, si credevano intoccabili. Immortali.Ed è qui che l’analogia con il presente si fa brutale.

Oggi esiste una mafia che rifugge l’identificazione, che “non esiste” ufficialmente. Non fa stragi, non figura nei libri mastri. Non compare nei registri penali. Abita negli interstizi del potere pubblico. Nella discrezionalità amministrativa. Nella manipolazione delle norme. Non le infrange apertamente. Le svuota, trasformandole in finzione giuridica.

E, come allora, si sente inattaccabile.Il primo pilastro è sempre lo stesso: la negazione ossessiva. Un tempo si relegava la mafia a folklore o a esagerazione giornalistica.

Oggi tutto viene ridotto a inefficienza burocratica. Chi denunciava veniva accusato di infangare la Sicilia. Oggi è etichettato come visionario paranoico.

Il meccanismo è identico. Delegittimare chi rompe il silenzio per preservare il sistema che del silenzio si nutre. Prospera così, come allora, l’ipocrisia come metodo di governo. Quasi una religione secolare del potere.

Si commemorano Falcone e Borsellino al mattino e si firmano atti vessatori al pomeriggio. Si proclama la legalità mentre si edificano regni di opacità. Si invoca il merito selezionando per fedeltà clientelare.

La trasparenza diventa slogan. L’oscurità prassi quotidiana. Funzionari, burocrati e amministratori declamano la Costituzione nei convegni e la violano nella routine degli uffici. Politici invocano il “servizio pubblico” mentre trasformano l’accesso ai diritti fondamentali in un percorso kafkiano, riservato esclusivamente ai fedelissimi, ai lacchè, ai clientes, ai sodali.

Come osservava con lucidità spietata François de La Rochefoucauld, l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù.

Ma qui siamo oltre. Qui l’ipocrisia si crede virtù. Si autoassolve ogni giorno. Si autoproclama custode della moralità. Mentre ne svuota il significato. È qui che la somiglianza con la mafia d’antan diventa grottesca.

Anche i boss, nelle feste patronali, si recavano devotamente a messa, vestivano con impeccabile eleganza, posavano sorridenti accanto alle autorità civili e religiose. Anche loro amavano la retorica dell’onore, della famiglia, delle tradizioni, dei valori proclamati e mai praticati. Oggi l’onore si chiama “procedura amministrativa”, la devozione “compliance normativa”, la liturgia si consuma nelle sale consiliari.

Cambiano i simboli, non la sostanza: un potere che si autorappresenta come virtù civica mentre esercita, con forme più sofisticate ma non meno oppressive, il proprio malefico dominio su cittadini inermi.

Come allora, prospera un identico, pervasivo, patologico delirio di onnipotenza.

Nei piccoli feudi amministrativi si respira la stessa aria mefitica di impunità che pervadeva i quartieri controllati da Cosa Nostra.

La convinzione di essere al riparo da ogni controllo, di brandire le regole come scudo e come arma. Di essere al di sopra di tutto e di tutti. L’assenza di controllo genera mostri.

Arroganza, sopraffazione, autoritarismo.E non esiste arroganza più letale di quella che nasce dall’abitudine a non dover mai rispondere del proprio operato, a esercitare il potere senza conseguenze, senza responsabilità, senza rendere conto.

È l’arroganza di chi si sente intoccabile perché fino a quel momento lo è stato impunemente. L’arroganza di chi confonde l’assenza di punizione con l’assenza di colpa. L’arroganza di chi scambia il silenzio altrui per consenso, anziché riconoscerlo per ciò che è: paura, rassegnazione, resa psicologica.

Questa mafia non spara, ma uccide lentamente. Non ha pizzini, ma determine. Non sentenze capitali, ma silenzi burocratici che logorano vite. Il suo potere non si palesa nell’atto clamoroso che fa notizia ma nella sommatoria metodica di micro-abusi apparentemente legittimi che, aggregati, generano vessazioni sistemiche.Non lascia prove macroscopiche ma tracce diffuse. Capillari. Seriali. Perfettamente riconoscibili per chi voglia vedere. Non un crimine isolato ma reiterazione.

Ed è precisamente questa serialità a renderla gemella della mafia che per decenni si è mimetizzata nella normalità, fino a diventare la normalità stessa.

Come allora, la popolazione interiorizza il timore e la trasforma in rassegnazione. Prima era la paura della violenza fisica, oggi quello della ritorsione burocratica. Più subdola, più presentabile socialmente, ma ugualmente devastante nelle conseguenze esistenziali. Si impara a non esporsi. A non pretendere diritti. A non chiedere troppo. A non disturbare chi detiene il potere discrezionale. A rivolgersi all’intermediario giusto.

È la lezione mafiosa di sempre: non fidarti delle regole scritte, fidati del potere che le gestisce. In quel preciso istante lo Stato cessa di essere garanzia e diventa, nella percezione collettiva rassegnata, zona franca dove la legalità è un’illusione per ingenui.

Come allora, questo dominio vive di complicità diffuse. Di omissioni calcolate. Di silenzi opportunistici. Di chi sceglie l’astensione per non compromettersi. Per non esporsi, per non pagare il prezzo personale che l’onestà intellettuale richiede. È un’omertà modernizzata. Chiamata quieto vivere.

Come allora, chi detiene il potere si sente incrollabile perché nulla è mai cambiato davvero. Ride delle contestazioni. Ridicolizza chi osa segnalare irregolarità. È intimamente convinto che nulla potrà mai cambiare. Perché nulla, finora, è mai cambiato davvero.

Ma la storia insegna una verità implacabile: il delirio di onnipotenza è sempre il preludio del collasso.

Come ammonisce Sofocle nell’Antigone, la tracotanza genera il tiranno, e il tiranno genera inesorabilmente la propria rovina. L’hybris, l’arroganza smisurata di chi si crede al di sopra di ogni limite, conduce sempre alla nemesis, alla punizione divina che ristabilisce l’ordine violato, spezzando l’illusione dell’invincibilità.

Il Maxiprocesso sopraggiunse quando lo Stato smise di inseguire i singoli reati e iniziò a leggere il sistema. A smascherarne l’architettura del potere. E chi si sentiva invincibile scoprì di non esserlo.

Ogni abuso lascia tracce. Ogni schema, prima o poi, diventa leggibile. Documentabile. Processabile.

Si diceva che Cosa Nostra fosse troppo potente, troppo radicata, troppo pericolosamente intrecciata con le istituzioni per essere sconfitta.

Era falso allora. È falso oggi.

Ricordare quel processo non può essere sterile esercizio retorico. Deve essere impegno concreto. Perché la vera forza della mafia non è nella violenza di chi comanda, ma nella rassegnazione di chi subisce. Nel silenzio di chi sa.

È necessaria un’assunzione collettiva di responsabilità per costruire una società in cui la legge sia uguale per tutti, senza eccezioni né privilegi.

Eppure, mentre celebriamo quella vittoria, la lotta alla criminalità viene tradita quotidianamente da un’azione amministrativa e politica mediocre, opaca, clientelare.

La legalità invocata nei convegni si infrange contro politiche pubbliche fondate sull’inefficienza deliberata e sull’inefficacia programmata.

Non incapaci per errore, ma per progetto, perché concepite per perpetuare dipendenza, fedeltà forzata e controllo territoriale.

La buona amministrazione, la trasparenza reale e verificabile, la capacità autentica di programmare non sono ornamenti.

Sono strumenti essenziali per contrastare i fenomeni corruttivi e ricostruire la fiducia nello Stato.

Quando anche una sola voce nomina ciò che tutti vedono ma nessuno osa dire, il sistema comincia inevitabilmente a vacillare. E chi oggi si sente intoccabile, farebbe bene a ricordare una verità elementare: anche i boss che ridevano delle indagini si sentivano immortali.

Fino al giorno in cui l’aula bunker dell’Ucciardone aprì le sue porte. L’impunità non è eternità. È solo l’intervallo tra due processi.Il primo è già avvenuto. Il prossimo è in gestazione.

E quando qualcuno, magistrato integerrimo, giornalista coraggioso, cittadino ostinatamente tenace, comincerà a collegare i punti, come fece con genialità investigativa Giovanni Falcone, quando comincerà a ricostruire il metodo sistematico, non l’abuso singolo ma il sistema criminalmente organizzato, allora questa mafia dei protocolli, questa mafia che si sente impunibile, scoprirà amaramente ciò che scoprirono traumaticamente i boss quarant’anni fa: il potere fondato sull’arbitrio non è affatto invincibile. È solo in attesa di essere nominato.

La storia lo ha già dimostrato in quell’aula bunker. E la storia, quando trova il coraggio di ripetersi, non assolve mai chi si credeva arrogantemente al di sopra di essa, al di sopra delle leggi, al di sopra della giustizia.Il prossimo Maxiprocesso non riguarderà la criminalità di stampo mafioso nel suo volto tradizionale.

Sarà il giudizio sull’organizzazione sistemica dell’arbitrio amministrativo elevato a metodo di potere. E quando arriverà, con la stessa inesorabilità della marea, chi oggi si percepisce inattaccabile scoprirà che l’immortalità non esiste. Esistono solo la memoria storica e la giustizia.

Quarant’anni fa si disse, coraggiosamente, la mafia esiste. Domani si dirà con altrettanto coraggio: esiste ancora, ma con un altro nome. E siede negli uffici pubblici.E quel giorno, esattamente come allora, sarà l’inizio della fine.Perché il delirio di onnipotenza è sempre l’ultimo atto prima della caduta. Sempre. Sic transit gloria mundi.

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