I social sono sempre stati la gioia e i dolori della nostra politica, amati o odiati, usati o disprezzati, considerati utili o pericolosi a seconda del posizionamento del momento, in maggioranza o opposizione.
Di certo è che che esistono ed hanno il loro peso e la dimostrazione è il fatto che vengono criticati o fatti oggetto di attenzioni.
Giorni fa ad esempio l’assessore Mirisola ha lanciato una sua “riflessione del giorno” che sta facendo discutere e riesentire molti cittadini che da sempre usano i social per segnalare disservizi, disagi, spesso anche per chiedere aiuto o accendere i riflettori su argomenti che non troverebbero spazio diversamente.
Una critica aperta, chiara e netta al cosiddetto “lamento social”.
Secondo l’esponente della giunta, fotografare buche o rifiuti per pubblicarli su Facebook sarebbe un esercizio sterile, dannoso per l’immagine della città e amministrativamente inutile.
Meglio la PEC, meglio rivolgersi direttamente agli uffici prepost, sostiene
Un ragionamento che, sulla carta, segue le regole della perfetta burocrazia. Ma la politica, si sa, non vive di sola Pec e altro, la politica dovrebbe aprirsi ai nuovi mezzi di comunicazione, ma soprattutto avere la coerenza come suo primo requisito.
All’Assessore diciamo che il suo invito alla “cittadinanza attiva” tramite canali ufficiali è lodevole, ma dimentica un dettaglio fondamentale e cioè che i social sono sempre stati usati da tutti.
E quando diciamo tutti, essendo lui politicaemente giovane, intendiamo anche e soprattutto chi oggi, politicamente più anziano, gli siede accanto in giunta o tra i banchi della maggioranza.
Fino a poco tempo fa, quegli stessi “sfogatoi” che oggi lui stigmatizza erano il palcoscenico preferito di chi, allora all’opposizione, per attaccare l’amministraione in carica e per cercare consenso, non perdeva occasione per postare la foto di un marciapiede rotto o di un lampione spento.
All’epoca, pur esistendo già le Pec, quelle non erano “lamentele inutili”, ma venivano definite “denunce coraggiose”.
È curioso notare oggi come lo stesso strumento passi da “voce del popolo” a “rumore fastidioso” non appena si cambia lato della scrivania.
L’assessore suggerisce la PEC. Ma siamo sicuri che il problema si risolva così?
Scrivere un post, con annessa foto, richiede trenta secondi e un click. Inviare invece una PEC richiede intando avere un indirizzo certificato, usare un linguaggio formale e, spesso, rassegnarsi al non ricevere risposta.
Un post invece è pubblico. Se una segnalazione cade nel vuoto, la comunità lo vede. Una mail in un ufficio comunale può finire nel “buco nero” della burocrazia senza che nessuno ne sappia nulla.
Forse, ai tempi in cui i suoi attuali colleghi di giunta postavano foto di degrado, era semplicemente più facile scrivere sui social per ottenere visibilità piuttosto che seguire l’iter farraginoso delle segnalazioni formali agli uffici competenti tramite Pec, che magari facevano pure.
Perché oggi dovrebbe essere diverso per i cittadini?
Dire ai cittadini che il loro lamento “danneggia l’immagine della città” suona stano e inoltre sa un po’ come voler nascondere la polvere sotto il tappeto, meno si sa e si vede e meglio è.
L’immagine di una città non la rovina chi fotografa il degrado come ad esempio un cumulo di rifiuti, ma il cumulo di rifiuti stesso e chi non provvede a farlo rimuoverlo immediatamente e prendendo prvvedimenti contro gli incivili.
Invece di chiedere meno “sfogatoi”, l’amministrazione dovrebbe chiedersi come rendere quegli strumenti una risorsa.
Se i cittadini usano i social per segnalare la politica deve rispondere con i fatti, trasformando la protesta in un’occasione di intervento reale, anziché limitarsi a dare lezioni di bon ton digitale.
Sotto alcuni esempi di quando i post sui social di lamentela, venivano considerate “denunce coraggiose”. Ad Maiora
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