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Un nuovo percorso. Dal 1946 la Polizia inizia la sua transizione verso uno Stato democratico

Last updated: 28/04/2026 11:34
By Redazione 55 Views 7 Min Read
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Vi proponiamo il numero di aprile di Polizia Moderna nel quale Annalisa Bucchieri e Marco Giorgiutti ripercorrono quanto accaduto dal 1946, attraverso la disamina del quadro socio-politico nel quale maturò una visione nuova dei compiti e della mission delle Guardie di pubblica sicurezza.

È questo il substrato su cui attecchirà il seme della cultura del nuovo, da cui partirà un iter di riforma della Polizia che si concluderà nel 1981.

La lettura dell’articolo contribuisce a coltivare la memoria, ad arricchire la conoscenza del passato per capire meglio la Polizia del futuro. Solo sapendo da dove veniamo si può prevedere la direzione in cui andremo. Buona lettura.

Il 174° anniversario della Fondazione della Polizia di Stato cade nell’anno di un altro anniversario illustre: l’80° della Repubblica Italiana, che prende vita nel 1946.

È quello che il nostro Presidente Sergio Mattarella ha definito, nel discorso del 31 dicembre passato, uno spartiacque della nostra storia: ≤ Nasce non uno Stato che sovrasta i cittadini ma uno Stato che riconosce i diritti inviolabili, la libertà delle persone, le autonomie delle comunità ≥.

Quello che noi siamo oggi è il frutto di un lungo percorso verso la democrazia iniziato allora. Urgeva ricostruire il Paese dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e dalle conseguenze di un ventennio di totalitarismo. Trasformare e rigenerare le istituzioni, liberandole dai retaggi del recente passato.

La Polizia fece parte di quel fondamentale processo di democratizzazione del Paese, ma i passi che la condussero partirono già prima del ’46 e risalgono ad una attività patriottica resistenziale di carattere collettivo non riconducibile unicamente all’adesione dei singoli poliziotti.

Dall’8 settembre ’43 si sviluppò un’opposizione al nazifascismo da parte degli appartenenti alla Pubblica Sicurezza fatta di omissioni, ritardi, sabotaggi, fuga di notizie, distruzione di atti, falsificazioni che andavano a disattendere ordini e disposizioni degli ex alleati.

È questo il substrato su cui attecchirà il seme della cultura del nuovo, da cui partirà un iter di riforma della Polizia che, già dal Decreto luogotenenziale n. 365 del 2 novembre 1944 ricostituì il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza nel pieno del secondo conflitto mondiale, con compiti, al tempo, ancora legati alla situazione di guerra in cui versava la Penisola.

La militarizzazione del Corpo, pur rimanendo dipendente dal ministero dell’Interno per i compiti di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, era necessariamente dovuta al fatto che la popolazione si trovava ancora pesantemente armata e il pericolo di insurrezioni rimaneva preponderante. 

La situazione dell’ordine pubblico nel dopoguerra fu infatti caratterizzata da forti tensioni.

Tra il 1944 e il 1946 furono frequenti le proteste popolari, animate dalla carenza di beni di prima necessità e da – ovviamente – un altissimo tasso di disoccupazione dovuto agli anni di conflitto diretto vissuto dal territorio.

Braccianti e agricoltori si sollevavano per rivendicare il diritto di lavorare le terre incolte, mentre gli operai combattevano per tutelare il proprio posto di lavoro.

Per agevolare il passaggio al nuovo assetto democratico e incoraggiare la pacificazione nazionale, il 22 giugno 1946 fu promulgata l’Amnistia Togliatti.

A capo degli uffici di polizia vennero posti nuovi funzionari nel tentativo di compiere una cesura con il passato regime.

Nel 1946, la Direzione generale di pubblica sicurezza epurò le sue fila, collocando a riposo migliaia di agenti e centinaia di funzionari. Il ministro dell’Interno Giuseppe Romita cercò poi di riprendere tutti quei combattenti partigiani della Guerra di Liberazione per portarli tra le fila della Polizia.

Nell’articolo di Poliziamoderna che vi riproponiamo in versione anastatica, troverete la disamina di quello che accadde dal 1946, il racconto del quadro socio-politico nel quale maturò una visione nuova dei compiti e della mission delle Guardie di pubblica sicurezza.

Lo ha scritto per il quarantennale della Repubblica italiana un grande cronista italiano, Annibale Paloscia: una lunga carriera all’Ansa, dal 1996 al 2000 vicedirettore del settimanale “Avvenimenti”.

Studioso dei problemi della sicurezza e dell’intelligence ha scritto importanti saggi di storia, che era una delle sue passioni. Nel 1945, definito significativamente da Paloscia “l’anno delle radici”, l’apparato di pubblica sicurezza si trova in una condizione di forte crisi. Il crollo dello Stato fascista determina una perdita di legittimità e una profonda disarticolazione delle strutture. Il 1946, “l’anno della Repubblica”, segna una svolta decisiva sul piano politico e istituzionale grazie al risultato del referendum. Nel 1947, “Verso la Costituzione”, l’azione di polizia si configura come uno degli strumenti attraverso cui lo Stato cerca di consolidare la propria autorità in una fase ancora fragile. 

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