Il Medio Oriente scivola in una nuova e pericolosa spirale di conflitto diretto. Nelle ultime ore la regione è stata teatro di una drammatica escalation militare a tre vie che ha coinvolto Libano, Iran e Israele, interrompendo di fatto la tregua formale che resisteva dallo scorso aprile. Mentre i cieli si riempiono di missili e i mercati finanziari tremano, la diplomazia di Washington — guidata dal presidente Donald Trump — tenta un’inedita e dura prova di forza per imporre la via del negoziato.
La nuova fiammata è divampata dopo un pesante raid dell’aviazione israeliana sulla periferia sud di Beirut, in Libano. Un attacco che la stessa Casa Bianca ha tenuto a precisare di non aver mai autorizzato o supportato (“Non abbiamo avuto alcun ruolo”, riferiscono fonti di intelligence americane).
La risposta di Teheran è stata immediata. I Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione iraniana) hanno dichiarato che Israele ha “oltrepassato ogni linea rossa” e hanno ordinato il lancio di una pioggia di missili balistici verso le principali città israeliane, tra cui Haifa. Di conseguenza, l’Iran, l’Iraq e la Siria hanno blindato e chiuso temporaneamente i propri spazi aerei per ragioni di sicurezza.
La reazione di Tel Aviv non si è fatta attendere: nella notte, l’aviazione israeliana ha colpito mirati “obiettivi militari” nell’Iran occidentale e centrale, provocando forti esplosioni a Teheran, Tabriz e Isfahan. Parallelamente, le sirene d’allarme hanno ripreso a suonare a Tel Aviv a causa di missili balistici lanciati dallo Yemen, successivamente intercettati dai sistemi di difesa aerea di Israele, provocando momenti di panico tra la popolazione civile costretta a correre nei rifugi.
“Io detto legge”: il pugno di ferro di Trump
In questo scenario frammentato, la vera sorpresa arriva dal fronte diplomatico statunitense. Il presidente Donald Trump ha adottato una linea di straordinaria fermezza nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu, intimandogli via telefono di non reagire ulteriormente all’attacco iraniano e di lasciare spazio alla diplomazia.
In un’intervista rilasciata al Financial Times, Trump ha usato parole perentorie:
“Netanyahu non avrà altra scelta che accettare qualsiasi accordo gli Stati Uniti negozieranno con l’Iran. Sono io a dettare legge. Lui non ha voce in capitolo”.
Il presidente americano, parlando anche a Fox News, ha inviato un messaggio chiaro a Teheran (“Avete lanciato i vostri missili, ora basta. Tornate ai negoziati”), ribadendo che questa improvvisa fiammata militare non cambierà la sua tabella di marcia per siglare uno storico accordo di pace.
Nel frattempo, la tensione politica interna in Israele resta altissima. Il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben Gvir, ha alimentato lo scontro pubblicando un duro post sui social network in cui invocava una reazione distruttiva (“Questa notte Teheran deve bruciare!”).
Nonostante l’attenzione sia concentrata sul macro-scontro tra potenze, i fronti caldi di Gaza e del Libano del Sud continuano a registrare vittime civili:
–Striscia di Gaza: Nonostante la tregua in vigore da mesi, i nuovi raid israeliani hanno causato almeno 10 morti (tra cui civili nei pressi di una scuola a Gaza City e in una stazione di polizia a Khan Yunis). Dal 10 ottobre scorso, il bilancio totale nella Striscia ha superato le 960 vittime.
–Libano Meridionale: Un bombardamento a Saksakiyeh ha provocato la morte di due donne e il ferimento di 22 persone, tra cui tre bambini. Ad aggravare la posizione di Tel Aviv c’è una pesante inchiesta del New York Times e di Human Rights Watch, che documenta l’uso illegale di fosforo bianco da parte dell’esercito israeliano sopra aree urbane densamente popolate come Nabatieh e Tiro.
Mercati in ansia: vola il prezzo del petrolio
La prima e immediata conseguenza economica di questa nuova crisi globale si è registrata alla riapertura dei mercati finanziari. Con lo Stretto di Hormuz che resta chiuso da ormai 100 giorni di tensioni, il prezzo del greggio è schizzato verso l’alto di oltre il 3%. Il Brent ha toccato i 96,15 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) è salito a 93,48 dollari, alimentando i timori di una nuova ondata inflazionistica globale se i negoziati della Casa Bianca non dovessero andare a buon fine nei prossimi giorni.
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