La disaffezione dei cittadini verso la politica è una ferita aperta che continua a produrre astensionismo, tranne il sussulto di orgoglio venuto fuori nella scorsa tornata referendaria.
Tuttavia, dare la colpa al semplice disinteresse è un errore di prospettiva. Siamo di fronte a una perdita di fiducia strutturale verso chi dovrebbe difendere i diritti dei più deboli e rendere la società più giusta.
Un tempo eravamo abituati a una politica reattiva, quasi muscolare. Ogni volta che dall’opposizione, da un cittadino o da un giornalista si sollevava un problema, evidenziava una promessa mancata o si ponevano domande “scomode”, la replica era immediata, magari condita con toni al vetriolo, quasi a cercare lo scontro per ribadire un potere e demolire “l’avversario” di turno….ma almeno c’era una reazione.
Ultimamente, invece, assistiamo a un fenomeno nuovo, il silenzio totale.
Si è passati dalla foga della risposta/smentita a una linea d’ombra, come se tacere fosse l’unico modo per non alimentare il dissenso e di conseguenza il problema.
Sorge un dubbio. Non sarà che ci si è accorti che quegli interventi aggressivi non sortivano l’effetto sperato? Forse si è capito che, invece di convincere i dubbiosi, quelle repliche astiose facevano ricredere anche i sostenitori storici, quelli che avevano applaudito persino quando i meriti andavano a chi aveva lasciato il lavoro già pronto, “su un piatto d’argento”.
Anche perchè adesso devono essere più cauti, ritrovandosi contro anche coloro che sino a ieri sedevano accanto a loro e che, non avendo apprezzato l’essere stati “defenestrati” in malo modo e sapendo tante cose, sono pronti a ribattere punto su punto.
Ma la realtà è che probabilmente il silenzio odierno nasce dalle troppe “evidenze”. Tante promesse fatte con annesse aspettative di cittadini, che si vanno accorgendo che, al di là delle parole, poco o nulla si è concretizzato realmente.
Bisogna riflettere anche sui sostenitori, se lo sono veramente per convinzione o per opportunismo e soprattutto sulla reale libertà di scelta al momento del voto.
Quanti oggi votano in piena autonomia?
Il voto è spesso condizionato da una fiducia cieca nello schieramento, anche quando agisce contro gli interessi del territorio, dal non accettare che gli avversari politici conquistino il potere ed anche dal classico e mai tramontato clientelismo, più o meno mascherato.
Se la classe politica fosse lungimirante, capirebbe che questo sistema oramai non regge più.
La gente va aprendo gli occhi, la politica senza i cittadini può ottenere qualche “vittoria di Pirro”, ma resta sempre la sconfitta sul piano sociale. Insomma non ci si accontena più degli annunci roboanti.
Le statistiche parlano chiaro, la fuga dalle urne riguarda soprattutto i ceti medio-bassi, giovani, disoccupati e precari che rappresentano l’esercito degli assenteisti, stanchi di promesse mai mantenute.
Lo scarso interesse dei molti per la politica riflette lo scarso interesse della politica per i molti.
Un aspetto ancora più amaro di questa quiete forzata è la consapevolezza che, spesso, il silenzio più assordante non proviene da chi non parla per non autoaccusarsi, ma da chi avrebbe il dovere di “urlare”, come anche quando è a conoscenza di verità scomode, talvolta persino gravi, ma sceglie deliberatamente di non incrinare la superficie di questa calma apparente.
È il silenzio di chi sa, ma preferisce guardare altrove per non compromettere il proprio equilibrio o per non esporsi in prima persona, una forma di viltà nel silenzio di chi conosce la verità ma aspetta che siano altri, più “coraggiosi” a portarla alla luce. In questo modo, la responsabilità di denunciare o di far notare le storture viene delegata a terzi.
Chi dovrebbe farsi carico del cambiamento resta nell’ombra, lasciando che siano “altri” a esporsi al vento della polemica o alle conseguenze della verità, mentre loro continuano a godere dei benefici di una pace che, in realtà, è solo complicità travestita da prudenza.
Oggi la politica sembra essere diventata un affare per ceti medio-alti, attratti da interessi che nulla hanno a che fare con i bisogni quotidiani della gente comune.
E mentre una volta i comizi riempivano le piazze, oggi si preferiscono salette anonime da cinquanta posti, giusto per dire che “non c’era un sedia libera”, evitando così il confronto con le piazze vuote e con lo scetticismo che i politici fanno finta di non percepire.
Si evitano anche le assemblee cittadine, che una volta erano un momento di confronto aperto con gli amministrati.
Certo la massiccia partecipazione dei giovani al Referendum è un buon segnale, sperando che non sia stato soltanto un momento.
Norberto Bobbio parlava della democrazia come di un processo per rendere civili la resistenza e la rivoluzione. Oggi, purtroppo, sembra mancare proprio la voglia di resistere a un sistema spesso macchiato da scandali e abusi di potere.
Tuttavia, sarebbe un errore rassegnarsi. Non dobbiamo difendere uno schieramento per partito preso, ma guardare alle persone, alla loro esperienza e alla capacità reale di affrontare problemi che spesso sono lì da decenni.
Guardiamoci intorno, apriamo occhi e orecchi sapendo bene che la bacchetta magica non esiste, ed è ora di smettere di credere a chi dice di averla in tasca, specialmente quando sceglie il silenzio per non rispondere delle proprie mancanze.
Comunque meglio il silenzio che le donzelliniane parole. Ad Maiora
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