Una stretta decisa sulle procedure di ingresso e permanenza nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). È quella tracciata dalla nuova direttiva firmata dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che interviene sul valore dei pareri sanitari rilasciati dalle Aziende Sanitarie Locali (ASL). Con le nuove regole, la circolare archivia l’impostazione precedente e stabilisce che un eventuale giudizio sanitario negativo esterno non costituirà più uno sbarramento automatico o un elemento vincolante per bloccare il trattenimento dei migranti irregolari.
Cosa prevede la direttiva
Nel dettaglio illustrato dal Viminale, i migranti continueranno formalmente a essere sottoposti alle visite mediche delle ASL. Tuttavia, la natura di quel parere cambia radicalmente: non avrà più l’efficacia vincolante finora utilizzata per escludere dal trattenimento i soggetti ritenuti non idonei.
Il meccanismo delineato dal ministero prevede che le persone vengano prese in carico dal personale medico operante all’interno della struttura di accoglienza. Sarà quest’ultimo a valutare gli approfondimenti clinici necessari, potendosi eventualmente avvalere del supporto della ASL competente.
La motivazione del governo: “Evitare pregiudizi ideologici”
La ratio del provvedimento è stata difesa direttamente dal ministro Piantedosi attraverso i canali social istituzionali, motivando la decisione con l’esigenza di sbloccare i percorsi di espulsione:
«Una misura che consente di garantire la massima tutela della salute dei migranti evitando, allo stesso tempo, che valutazioni influenzate solo da pregiudizi ideologici ostacolino le procedure di rimpatrio».
L’intento dell’esecutivo è dunque quello di velocizzare le espulsioni, neutralizzando l’impatto di certificazioni preliminari che, nella lettura della maggioranza, avrebbero in diversi casi risposto a valutazioni preconcette ed evidenziato un uso improprio per sbloccare la trattenuta.
Le reazioni politiche e i nodi giuridici
La mossa del ministero dell’Interno ha immediatamente innescato un duro scontro con l’opposizione (Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra) e con le associazioni di tutela dei diritti umani e dei migranti (tra cui ASGI e Acli).
Le principali perplessità sollevate sul piano giuridico, etico e procedurale riguardano:
- Indipendenza della valutazione medica: Trasferire il giudizio sull’idoneità al personale sanitario interno alla struttura solleva dubbi sulla reale autonomia professionale di medici impiegati da soggetti gestori privati in convenzione con le Prefetture, a discapito della terzietà garantita dalla ASL.
- Tutela del diritto alla salute (Art. 32 Costituzione): Il timore dei critici è che depotenziare il parere del Servizio Sanitario Nazionale porti a trattenere in contesti sprovvisti di presidi clinici adeguati persone affette da gravi vulnerabilità psicofisiche, disabilità o patologie croniche.
- Reiezione delle accuse di “ideologia”: Medici ed enti del terzo settore respingono la tesi dei condizionamenti politici, ricordando come ogni certificazione risponda al Codice Deontologico e a precisi standard diagnostici.
- Possibili ostacoli in sede giudiziaria: Il cambio di rotta rischia di produrre un forte contenzioso. In fase di convalida del trattenimento, i Giudici di Pace e i Tribunali per l’Immigrazione dovranno comunque valutare la compatibilità clinica dei trattenuti: la presenza di referti ASL contrastanti potrebbe spingere la magistratura a non convalidare le misure, riducendo l’efficacia operativa della direttiva.
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