C’è un momento, nella vita di tutti, in cui la “stanchezza”, non fisica, diventa quasi insopportabile
Un momento in cui l’entusiasmo iniziale, la spinta idealistica che ci ha mosso, inizia a vacillare, logorata da una realtà che sembra immutabile e se a questo si aggiungono delusioni e amarezze, il tutto si acuisce.
Le battaglie intraprese, spesso, non hanno portano i frutti sperati e i cambiamenti attesi tardano ad arrivare, o sono lenti.
E come se non bastasse, a tutto questo si aggiungono le critiche pretestuose, i tentativi di tacitare, il creare difficoltà, gli sgambetti, tutte cose volte solo a destabilizzare e a indurre a mollare.
Le critiche, quelle lecite e costruttive, quelle che potrebbero aiutare a puntar ad un miglioramento ci stanno e sono sempre ben accette, solo i presuntuosi e gli arroganti non le sanno accettare, meno quelle gratuite, feroci, spesso provenienti proprio dai peggiori o da chi dovrebbe essere il primo a sostenere o, quantomeno, a rispettare l’impegno altrui, quello dichiarato in diverse occasioni “l’amore per la città”.
Ed è qui che arriva alla mente la tentazione di gettare la spugna e unirsi alla schiera dei “cu sinni futti”.
Troppe volte ci si ritrova a ripetere le stesse argomentazioni, a denunciare le stesse ingiustizie, a proporre varie soluzioni, per poi vederle cadere nel vuoto.
La sensazione è di sbattere contro un muro di gomma, di sprecare energie in un contesto dove nulla sembra scalfire l’indifferenza o la convenienza.
L’impegno civile richiede tempo, sacrifici, rinunce personali, richiede di esporsi, di affrontare l’ostilità, di scontrarsi con meccanismi e logiche consolidate.
Ci si domanda se ne valga veramente, se non sia meglio dedicare il proprio tempo e le proprie energie in qualcosa di più gratificante, o semplicemente pensare a se stessi.
Se l’immobilismo è una mazzata, le critiche gratuite e gli ostacoli messi sulla propria strada sono colpi di grazia.
Particolarmente fastidiose e irritanti sono quelle che arrivano da chi non mette mai un dito nell’acqua calda, da chi si limita a osservare dal divano, pontificando sull’inefficacia dell’azione altrui, spesso per difendere gli amici, sostenendo che “tanto non cambia nulla”, “è tempo perso”, “sono tutti uguali”, “serve solo a fare rumore e a farsi tanti nemici”, che ovviamente provano poi a vendicarsi in tutti i modi possibili, alcuni da veri e propri miserabili.
Queste frasi, apparentemente innocue, non lo sono invece per chi si impegna, se soprattutto ha una certa sensibilità, che manca a chi le pronuncia e che dimostra solo cattiveria e mancanza di rispetto e senso civico.
Non solo sminuiscono agli occhi di chi legge lo sforzo e l’impegno di altri, ma spesso insinuano il dubbio sulla genuinità di quell’azione, minando la fiducia in chi scrive e in quel che crede, spesso anche con una punta di invidia nel vedere altri riuscire dove loro hanno fallito, ma che ovviamente non ammetteranno mai..
Ecco allora che se pensa al “Cu Sinni Futti”, perchè in fondo questo detto lascia intravedere una certa serenità, il liberarsi dal peso delle “responsabilità” e, in alcuni casi, dalla rabbia per le “ingiustizie” e per le “storture” a cui si assiste giornalmente.
Entrare in questa categoria significa smettere di preoccuparsi, di lottare e soprattutto di esporsi. Significa vivere una vita più “leggera” o più serena, meno gravata dalle problematiche sociali o politiche. Significa mettersi da parte per non sentirsi delusi, non solo per quello che si fa per il sociale, ma anche, cosa più grave, come si vive la propria vita privata, quella sfera dove nessuno dovrebbe permettersi di entrare e giudicare, guardando magari alla propria prima di “preoccuparsi” degli altri, ai quali si cerca di fargli terra bruciata attorno per puro spirito vendicativo.
Il mettersi da parte è la strada più facile, quella che non richiede sforzi, quella che non espone a critiche, delusioni o altro.
Ma resistere e continuare a crederci è una scelta personale, molto più appagante.
Tuttavia, è importante riflettere su cosa si perde quando si cede alla tentazione di mollare.
Si perde la possibilità di essere una piccola parte del cambiamento. Si perde la soddisfazione di aver contribuito, anche se in maniera minima, a migliorare qualcosa. Si perde la propria voce, la propria dignità di cittadino e la capacità di incidere sul mondo che ci circonda.
Forse, in questi momenti, è fondamentale ricordarsi il perché si è iniziato. Ricordare innanzitutto a se stessi la propria natura e come si è, disponibili e aperti con tutti, pronti ad aitare chi è in difficoltà, come anche la spinta iniziale, l’ideale che ha mosso il tutto e magari, invece di mollare completamente, trovare nuove strategie o semplicemente concedersi qualche pausa per ricaricare le energie e per non lasciare libere le tantissime “capre” e i loro “agnellini” pascolare liberamente.
Perché se è vero che l’immobilismo e le critiche possono essere estenuanti e logoranti, è anche vero che l’impegno civile, pur minimo, rimane uno dei pilastri per costruire una società migliore.
E’ un bivio signori, è la nostra vita, che rimane sempre la stessa e che si ripete quotidianamente.
Ma chi ha una propria sensibilità e nutre vero amore verso gli altri e verso le cose che lo circondano, mai sarà disposto ad abbandonare il campo o che certe “influenze esterne” lo portino al punto di privarsi della sua capacità di sognare, di agire, di dare un piccolissimo contributo per un mondo diverso, magari migliore, o continuare a insistere e resistere. Ad Maiora

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