In un clima di fortissima tensione politica e sociale, la Knesset rompe un tabù decennale. Il provvedimento, sostenuto dalla destra di Netanyahu, accende lo scontro con la comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani.
Il panorama legislativo e penale di Israele subisce una trasformazione senza precedenti. Con 62 voti favorevoli e 48 contrari, la Knesset ha approvato in via definitiva l’introduzione della pena di morte per i condannati per terrorismo. La decisione, che vede il supporto compatto del Premier Benyamin Netanyahu e delle fazioni di estrema destra, segna una frattura profonda anche all’interno della stessa maggioranza, con parte della compagine ultraortodossa che si è espressa contro il provvedimento.
Questa accelerazione normativa è il riflesso diretto della radicalizzazione politica seguita al tragico attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e al perdurare del conflitto a Gaza.
I dettagli della legge: impiccagione e tempi stretti
La nuova normativa delinea un iter giudiziario rigido e privo di concessioni. Ecco i punti cardine:
– Esecuzione predefinita: La morte per impiccagione diventa la condanna standard nei tribunali militari per i palestinesi accusati di attentati mortali.
– Tempistiche: L’esecuzione deve avvenire entro 90 giorni dalla sentenza.
– Nessuna grazia: Il testo esclude categoricamente il diritto alla grazia, lasciando come unica (e rara) alternativa l’ergastolo.
– Applicabilità ambigua: Sebbene la legge teoricamente si applichi a chiunque tenti di “negare l’esistenza dello Stato di Israele” (inclusi cittadini ebrei o arabo-israeliani), gli esperti ritengono che la sua applicazione contro cittadini ebrei sia un’ipotesi estremamente remota.
Il cuore politico del provvedimento risiede nell’emendamento promosso da Itamar Ben Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale. La norma punisce chiunque provochi la morte di un cittadino israeliano per motivi di “razzismo o ostilità verso una comunità” con l’obiettivo di danneggiare lo Stato o la “rinascita del popolo ebraico”.
Accuse di discriminazione e dubbi sulla sicurezza
Il testo ha sollevato un’ondata di critiche per il suo carattere “de facto selettivo”. Le organizzazioni per i diritti umani, tra cui l’israeliana B’Tselem, evidenziano un dato allarmante: nei tribunali militari in Cisgiordania il tasso di condanna è del 96%. In questo scenario, la pena capitale rischia di diventare uno strumento sistematico contro la popolazione palestinese.
“Le definizioni di terrorismo inserite sono vaghe ed eccessivamente ampie, rischiando di colpire condotte che non sono propriamente terroristiche.” — Rapporto esperti Nazioni Unite
Il coro di no della comunità internazionale
La reazione globale non si è fatta attendere. L’Europa, in particolare, ha espresso un dissenso compatto:
- Consiglio d’Europa: Il Segretario Generale Alain Berset ha definito la legge un “grave passo indietro”, ricordando che Israele rispettava una moratoria di fatto sulle esecuzioni da oltre sessant’anni.
- Diplomazia Europea: In una nota congiunta, Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno esortato il governo israeliano ad abbandonare il piano, definendo la pena di morte “disumana, degradante e priva di qualsiasi effetto deterrente”.
- Amnesty International: L’organizzazione sottolinea come non esistano prove che la pena capitale riduca la criminalità più dell’ergastolo, ricordando che il trend globale vede ormai 113 Paesi orientati verso l’abolizione totale.
Un precedente storico: da Eichmann a oggi
Per comprendere la portata di questa legge, bisogna guardare alla storia del Paese. Israele è stato per decenni un Paese abolizionista di fatto. La pena di morte per omicidio comune fu cancellata nel 1954.
In 78 anni di storia, lo Stato ha eseguito solo due condanne a morte. L’ultima risale al 1962, quando fu giustiziato Adolf Eichmann, l’architetto della “soluzione finale” nazista. Reintrodurre oggi la forca per reati di terrorismo rappresenta una rottura drastica con questa tradizione giuridica.
Scenari futuri: la parola alla Corte Suprema
La battaglia legale è appena iniziata. Le opposizioni e i gruppi civili hanno già annunciato ricorsi alla Corte Suprema. I giudici potrebbero dichiarare la legge incostituzionale, aprendo un nuovo fronte di scontro tra il potere giudiziario e l’esecutivo Netanyahu.
Nel frattempo, la legge rischia di infiammare ulteriormente i territori occupati e di isolare diplomaticamente Israele in un momento di estrema fragilità geopolitica.
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