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L’Australia vieta i social ai minori di 16 anni, milioni di ragazzi perdono gli account

Last updated: 10/12/2025 6:29
By Redazione 126 Views 6 Min Read
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Un divieto ambizioso, ma complicato da applicare, che dice molto sulle nostre paure e anche sui limiti delle soluzioni facili


L’Australia è diventata il primo Paese al mondo a vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni. È una decisione che da tempo molti governi valutano, più per la preoccupazione diffusa verso l’ambiente dei social che per una vera evidenza sui loro effetti. Ma è anche un provvedimento che sta già mostrando quanto sia difficile trasformare un’intenzione rassicurante in un sistema che funzioni davvero.

Il divieto impone alle piattaforme – da Instagram a TikTok, da YouTube a Snapchat – di rimuovere tutti gli account degli under 16 e impedire loro di crearne di nuovi. Le aziende devono farlo usando sistemi di verifica dell’età che nelle ultime settimane sono stati applicati in modi diversi, spesso con risultati incerti. Diversi minorenni hanno superato senza problemi i test basati sul riconoscimento facciale, mentre altri, pur avendo più di 16 anni, sono stati segnalati come troppo giovani.

Il governo australiano ha detto che si aspettava imperfezioni e che il punto non è avere da subito un sistema impeccabile. Ma questo è esattamente il nodo: l’idea che vietare qualcosa renda automaticamente più sicuro ciò che rimane fuori da quel divieto.

Le famiglie coinvolte hanno reagito in modi molto diversi. C’è chi ha visto la figlia restare esclusa dai gruppi di amici perché Snapchat l’ha riconosciuta come under 16 mentre gli altri – in teoria troppo giovani quanto lei – sono stati identificati come maggiorenni. Altri genitori hanno raccontato di aver spiegato ai figli come aggirare il sistema usando VPN o creando account per adulti, un paradosso che dice molto sulla distanza tra l’obiettivo della legge e il modo in cui le persone si comportano quando sentono che una regola è irragionevole o mal progettata.

Il governo sostiene che un divieto imperfetto sia comunque utile, come lo è una legge sul consumo di alcol anche se alcuni adolescenti riescono a bere. Ma qui la questione non è soltanto la possibilità di violare la regola: è l’effetto che la regola ha nel modificare i comportamenti. Una parte dei ragazzi potrebbe finire su piattaforme meno regolamentate, o su sistemi anonimi più difficili da monitorare. E il divieto rischia di incentivare l’uso di strumenti – VPN, identità false, account adulti – che riducono ulteriormente la capacità delle piattaforme di proteggere gli utenti.

Molti studi sul benessere dei minori online dicono che la vulnerabilità non coincide necessariamente con l’età: contano l’ambiente familiare, l’educazione digitale, il tipo di utilizzo dei social. Imporre una soglia fissa e rigida ha l’enorme vantaggio della semplicità, ma il grosso svantaggio di ignorare tutto il resto.

Il fatto che due terzi degli australiani sostengano il divieto non è sorprendente: i social sono da anni il contenitore di molte preoccupazioni collettive, spesso accentuate da casi di cronaca e da narrazioni che tendono a semplificare. E la promessa di “proteggere i bambini” è sempre politicamente efficace, anche quando si basa su strumenti tecnici “fragili” o su una conoscenza parziale del problema.

È possibile che la legge australiana funzioni da esperimento collettivo, come ha suggerito il governo stesso. Sarà studiata da un comitato indipendente, e altri Paesi – tra cui Danimarca, Norvegia, Malesia e forse persino l’Unione Europea – stanno osservando con attenzione. Ma sarà altrettanto importante valutare non solo gli obiettivi dichiarati, ma anche gli effetti collaterali che possono derivare da comportamenti non previsti.

Alla fine il divieto dice qualcosa di più generale: che non abbiamo ancora trovato un modo soddisfacente per far convivere minori, piattaforme e responsabilità pubblica. Come spesso accade, i politici possono mostrare di avere risposto a una preoccupazione molto diffusa. Il problema però non sono i social in sé, e nemmeno i divieti: è la tentazione di credere che basti una regola semplice per risolvere una questione che semplice non è affatto.

Fonte RaiNews.it

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