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Meta censura Barbero ma per i politici niente fact checking: ecco il privilegio che in pochi conoscono

Last updated: 24/01/2026 11:43
By Redazione 11 Views 6 Min Read
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La vicenda del professore è un piccolo manuale di sociologia della comunicazione al tempo dei social. Un vero corto-circuito che ha poco di democratico

La vicenda di Alessandro Barbero è un piccolo manuale di sociologia della comunicazione al tempo dei social. Ormai una settimana fa, lo storico pubblica sugli account social del Comitato un video-appello in cui invita a votare NO al prossimo referendum sulla giustizia e spiega perché lo fa. Una parte della stampa, di vario orientamento ma con particolare accanimento a destra, nei giorni successivi inizia a delegittimarlo attraverso vari editoriali: viene definito “più influencer che storico”, accusato di fare “prediche politiche” o “propaganda” e criticato perché non dovrebbe parlare di giustizia ma restare sul suo terreno (la storia, anzi solo il Medioevo).

Il video diventa virale sui social, raggiungendo milioni di visualizzazioni e altrettanti utenti. Ma nelle ultime ore, molte pagine che lo avevano condiviso e ripostato sui propri profili si sono viste apporre da Meta un avviso di contenuto “Falso”. Il motivo risiede in alcune imprecisioni tecniche: Barbero ha affermato che con la riforma il “Governo” continuerebbe a scegliere una parte dei membri del Csm, mentre tecnicamente è il Parlamento a votare gli elenchi da cui attingere. Come ricostruito dal Fatto Quotidiano nel pezzo di Virginia Della Sala, il video è stato sottoposto a verifica proprio perché considerato “troppo virale”.

Un vero corto-circuito che ha poco di democratico. A questo punto meglio fare come in Iran, chiudiamoli ’sti social, “menamose”, come lessi una volta su un muro a Roma.

Scherzi a parte: il primo dato rilevante che tutti dovrebbero sapere è il privilegio dei politici, i quali spesso godono di standard diversi nella moderazione dei contenuti rispetto ai privati cittadini. Come ha spiegato spesso Meta: se sei un rappresentante politico, il tuo discorso è spesso considerato “notiziabile” e spetta al pubblico giudicare; se invece sei un cittadino o un intellettuale senza investitura istituzionale, rischi di finire sotto la lente dei fact-checker.

E quindi Barbero, che in questa sede agisce come privato cittadino, si è visto limitare il suo discorso proprio durante la campagna elettorale. È come se, durante un comizio, un vigile urbano salisse sul palco, strappasse il microfono all’oratore e dichiarasse: “Ha fatto un errore, quindi tutto quello che ha detto è falso”. Su Facebook è accaduto esattamente così, con l’etichetta “Falso”.

Ma Barbero non stava fornendo esclusivamente coordinate tecniche, ma tracciava un’analogia sul rischio autoritario. Ha ricordato come, sotto il regime fascista, fosse il ministro della Giustizia (il Governo) a sorvegliare e sanzionare la magistratura, sostenendo che la riforma potrebbe indebolire l’indipendenza dei giudici. La verità dello storico cerca la traiettoria del potere; tuttavia, i fact-checker hanno bollato queste conclusioni come “valutazioni soggettive” e non supportate dai fatti tecnici del testo legislativo.

Per fortuna questo tipo di censura incontra resistenze in Europa (anche se sistemi simili sono stati ridimensionati negli Stati Uniti). Il Digital Services Act europeo sta imponendo maggiore trasparenza, e Meta stessa collabora con organizzazioni terze certificate per esaminare la disinformazione virale. Si sperimenta una transizione verso modelli di contestualizzazione (come è già su X di Elon Musk) più che di semplice rimozione, sebbene in questo caso sia stata scelta l’etichetta più punitiva (“Falso”) invece di quella “Privo di contesto”.

Ripeto quanto ho detto in un mio post di giorni fa: Barbero fa paura. È autorevole ed è apprezzato dai giovani. È un ottimo divulgatore che rende vivo il racconto e rende comprensibile la complessità. Molti utenti ritengono infatti che la sua credibilità sia superiore a quella della politica stessa. Sulla riforma, lo storico suggerisce che la magistratura dovrebbe restare libera e unita.

Insomma mancano ancora un paio di mesi al voto, ma l’impoverimento del dibattito per ora è ai minimi storici. Tuttavia spero e ho prove, dalla mia esperienza (ricordate quel famoso 4 dicembre di Renzi 10 anni fa?), che – nonostante i sondaggi, se ci sarà una spinta di chi di base non va a votare, come i giovani – non ci sarà storia nel risultato: questo il potere lo teme. Come abbiamo visto le piazze riempirsi per altre cause (leggi Gaza), così potremmo vedere le urne riempirsi di giovani. Davanti alle ingiustizie evidenti non c’è astensione che tenga.

Fonte ilfattoquotidiano.it

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