Mestre, la protesta della comunità bengalese contro lo stop del Comune al luogo di culto. Salvini si intesta la battaglia politica annunciando una nuova proposta di legge anti-radicalizzazione e un albo nazionale per i culti senza intesa.
La vicenda: dallo stop al progetto al rischio sciopero
A Venezia si accende il dibattito attorno alla realizzazione di una moschea per la comunità del Bangladesh, composta da oltre 10.000 persone nell’area metropolitana. Da anni i fedeli musulmani si riuniscono per pregare all’interno di centri culturali e spazi adibiti provvisoriamente ad altro uso, con l’obiettivo dichiarato di regolarizzare una situazione già nei fatti esistente.
Per far fronte a questa esigenza, l’associazione “Giovani per l’umanità” ha acquistato un terreno nei pressi della stazione di Mestre per un valore di circa 1,5 milioni di euro, individuandolo come sede idonea alla costruzione del luogo di culto. Il passaggio fondamentale richiedeva la variazione della destinazione d’uso dell’area (oggi adibita a commerciale).
Nonostante una iniziale disponibilità dell’amministrazione precedente guidata da Luigi Brugnaro, il cambio al vertice con l’insediamento del nuovo sindaco di centrodestra, Simone Venturini, ha segnato un’inversione di rotta: la giunta ha revocato la disponibilità del Comune a completare le pratiche necessarie, opponendosi all’opera.
La decisione ha scatenato la reazione della comunità bengalese, pronta a proclamare uno sciopero generale nei settori chiave del territorio. Prince Howlader, presidente dell’associazione e volto della protesta, ha evidenziato l’impatto potenziale dell’agitazione:
“Se scioperiamo noi a Venezia, Mestre e Marghera, si fermano Fincantieri, i ristoranti, gli alberghi e l’intero comparto turistico”.
Il paradosso politico: fino a pochi mesi fa i rapporti tra la destra locale e la comunità del Bangladesh erano distesi. Lo stesso Howlader era stato candidato come consigliere comunale con Fratelli d’Italia, prima che il clima politico cambiasse, complice anche la crescente pressione interna alla Lega e le dinamiche elettorali regionali.
La risposta di Salvini e la proposta di legge
In questo scenario si inserisce il vicepresidente del Consiglio e leader della Lega, Matteo Salvini, che ha annunciato una visita a Venezia per seguire da vicino il caso e ha ribadito il suo fermo no a nuove moschee “fino a quando non ci sarà un’intesa formale tra le realtà islamiche e lo Stato italiano”.
La strategia leghista si traduce in un disegno di legge (ddl) che intende introdurre stringenti novità normative sul tema della libertà di culto e della sicurezza:
- Albo nazionale delle confessioni religiose: l’istituzione di un registro per gli enti privi di intesa con lo Stato italiano e l’istituzione di un registro ufficiale degli imam.
- Trasparenza dei bilanci: obblighi di rendicontazione finanziaria chiari per le associazioni e i centri legati a tali confessioni, per monitorare la provenienza dei fondi.
- Nuova fattispecie di reato: l’introduzione di una pena da 1 a 5 anni di carcere per chi, all’interno degli enti religiosi, “professi insegnamenti o principi contrari all’ordinamento giuridico, ovvero istighi all’odio o promuova un approccio radicale o radicalizzato”.
Un provvedimento che mira a sanzionare direttamente i predicatori, lasciando tuttavia aperto il dibattito critico sui margini di discrezionalità necessari per definire, sul piano giuridico, un “approccio radicalizzato”.
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