La premier reagisce con durezza alle inchieste giornalistiche rivendicando la sua storia antimafia, ma dentro Fratelli d’Italia scatta la caccia a chi aprì le porte di Montecitorio a Gioacchino Amico.
L’attacco ai media: “Solo fango”
Giorgia Meloni sceglie la via del contrattacco frontale. Affidandosi ai social, la Presidente del Consiglio ha pubblicato un selfie per rispondere alle testate (Il Fatto Quotidiano, Repubblica, Report e Fanpage) che hanno rilanciato l’inchiesta di Sigfrido Ranucci. Al centro della polemica, una foto del 2019 che ritrae la premier insieme a Gioacchino Amico, figura legata al clan Senese e oggi collaboratore di giustizia nel processo “Hydra”.
Meloni bolla la tesi di una sua vicinanza a certi ambienti come “bizzarra”, parlando di una “redazione unica” impegnata a gettare fango:
“In decenni di impegno politico esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono un selfie. Sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni contro politici colti nelle stesse circostanze.”
Il nodo antimafia: “La mia storia è cristallina”
A pochi giorni da un’importante informativa in Parlamento, la premier rivendica con forza la propria coerenza, ricordando che la sua discesa in campo avvenne proprio all’indomani della strage di via D’Amelio.
– La difesa del governo: Meloni sottolinea i risultati dell’esecutivo, dal salvataggio del carcere duro (41-bis) agli arresti dei boss, contrapponendoli alle passate scarcerazioni avvenute durante l’emergenza Covid.
– La reazione politica: “Non mi faccio intimidire da gente in malafede”, ha chiosato, definendo gli attacchi come pura propaganda politica mascherata da giornalismo.
Il vero “Giallo”: chi ha fatto entrare Amico alla Camera?
Se il selfie può essere archiviato come un incidente da “piazza”, ben più spinosa è la questione degli accessi a Montecitorio. Secondo l’inchiesta di Report, Amico si muoveva alla Camera con la naturalezza di chi possiede un accredito speciale.
La smentita a metà dell’Ufficio Stampa La Camera ha precisato di non aver mai rilasciato un “tesserino permanente” al soggetto. Tuttavia, la smentita lascia scoperte diverse zone d’ombra:
- Ospite occasionale: Amico potrebbe essere entrato come ospite di un parlamentare.
- Il buco nella trasparenza: Per ragioni di privacy dei deputati, una delibera dei questori impedisce di conservare lo storico degli ingressi degli ospiti. Dunque, non restano tracce ufficiali.
Panico e sospetti nel partito
In via della Scrofa è scattata la “ricerca interna”. L’attenzione si concentra sul gruppo parlamentare della scorsa legislatura, allora guidato da Francesco Lollobrigida. Fonti interne difendono l’attuale ministro, spiegando che era impossibile controllare ogni singolo ospite dei propri colleghi. La linea di difesa è chiara: se qualcuno lo ha fatto entrare, lo ha fatto ignorando il suo “pedigree” criminale.
Lo scontro politico
Il governo ha fatto quadrato attorno alla sua leader. Antonio Tajani parla di accuse “infamanti”, mentre Guido Crosetto accusa le opposizioni di metodi scorretti.
Dall’altra parte, il fronte delle minoranze non accetta la narrativa del vittimismo:
Giuseppe Conte (M5S): “Basta vittimismo, chiarisca i rapporti tra gli esponenti del clan e il suo partito”.
Elly Schlein (PD): “Meloni faccia chiarezza nel merito”.
Nicola Fratoianni (AVS): Punta il dito sulla “facilità di relazione” tra certi ambienti e alcuni esponenti di FdI.
La partita, ora, si sposta in Aula, dove la premier dovrà trasformare la difesa social in una tenuta politica solida di fronte alle incalzanti domande delle opposizioni.
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