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Riflessioni

“Curri quntu vù…”: La mano tesa o il peso del rimorso

Last updated: 13/05/2026 7:31
By Redazione 146 Views 5 Min Read
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Esiste una legge non scritta che governa le vicende umane, racchiusa in un detto siciliano antico e sapiente: “Curri quntu vù, ca ca ti aspittu”(Corri quanto vuoi, che qui ti aspetto).

Quel “qui” è il momento in cui la corsa finisce, il piedistallo si sbriciola e i privilegi che credevi eterni svaniscono, lasciandoti nudo di fronte alla realtà.

È facile essere tentati dal desiderio di “restituire il favore” a chi, in passato, ci ha guardato dall’alto in basso, trattandoci con disprezzo o umiliandoci forte della sua posizione.

Ma la vera statura di un uomo si misura nel momento in cui quel “superiore” cade in disavventura.

Quando chi ti ha disdegnato finisce nella polvere, non va lasciato solo.

Non va emulato il suo comportamento arrogante, ma va dimostrato che esiste un cuore capace di battere oltre il rancore.

Dimenticare il passato, tendere la mano e aiutare chi è in difficoltà, o, se non possiamo farlo direttamente, fare di tutto affinché altri intervengano, è l’unico modo per spezzare la catena dell’odio.

C’è però una categoria di persone ancora più pericolosa di chi sbaglia per arroganza, sono coloro che guardano la caduta altrui e, per vendetta o indifferenza, fanno finta di non vedere.

C’è addirittura chi gode del fallimento altrui, assaporando il gusto amaro della rivalsa, come c’è chi si gira dall’altra parte, ignorando certi segnali emotivi o economici

Chi può intervenire e non lo fa, magari sapendo che quella persona sta scivolando verso il peggio, si carica sulle spalle un debito che non potrà mai estinguere.

Se quella persona dovesse arrendersi definitivamente, il silenzio di chi è rimasto a guardare si trasformerà in un rimorso eterno, un tarlo che logorerà l’anima ogni volta che ci si guarderà allo specchio.

L’aspetto più squallido di questa dinamica emerge quando il peggio è ormai accaduto.

È allora che molti, che fino al giorno prima avevano ignorato o schivato il sofferente, si presentano in pubblico quasi in lacrime.

Narrano di una forte amicizia mai esistita, esibiscono sentimenti falsi e ricordano “i bei momenti” solo per apparire migliori agli occhi della gente, per farsi belli in una società che premia la forma e ignora la sostanza.

Questa non è umanità, è sciacallaggio emotivo.

Questo articolo non è frutto di moralità astratta, ma di un racconto reale, anzi di tante storie di “abbandono”.

Persone che avevano tutto e che hanno magari trattato male molti, si ritrovano sole e sull’orlo del baratro.

Qualcuno, però, ha scelto di non guardare il passato, ma di guardare l’uomo. ha teso la mano, ha attivato aiuti, si è dimenticato il passato quando gli altri si sono girate dall’altra parte.

È finita bene, si spera. Quella vita probabilmente è stata salvata e quel rimorso non è mai nato.

L’invito è rivolto a tutti.

Se oggi siete forti, se oggi potete, non ritraete la mano, non aspettate di dover recitare la parte dell’amico davanti a una tomba, siate amici oggi, quando c’è bisogno di aiuto.

Domani vi sentirete migliori non perché siete stati “più grandi”, ma perché siete stati capaci di essere umani. Ad Maiora

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