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Dentro la luce del Sincrotrone. L’arte di Francesco Guadagnolo tra energia, materia e cura

Last updated: 11/01/2026 6:35
By Redazione 86 Views 8 Min Read
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Pavia, 2026. Al CNAO (Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica) nelle sale della mostra, dedicata ai suoi cicli pittorici sul cinema e sulla musica, aperta fino al 12 febbraio 2026 il Maestro Francesco Guadagnuolo presenta un’opera inattesa, diversa, quasi un varco aperto verso una nuova luce, un altro linguaggio: “Sincrotrone: l’arte come accelerazione di speranza”, creata per ricordare, nel 2026, i venticinque anni di attività clinica e scientifica del Centro. L’Adroterapia con protoni e ioni carbonio rappresenta oggi una delle applicazioni più avanzate della fisica degli acceleratori in ambito medico.

L’inizio: la luce che entra nei libri

Abbiamo chiesto al Maestro Guadagnuolo come sia nato il suo interesse per la scienza.

«Non so esattamente quando ho capito che sarei diventato un artista. Ma so perfettamente quando ho capito come sarei diventato un artista.

Avevo dodici anni. Era un pomeriggio d’inverno, uno di quelli in cui la luce sembra non voler entrare nelle case. Io, invece, la cercavo nei libri, nei colori, nelle immagini. Entrai nella Casa Editrice/Libreria/Galleria ‘Vito Cavallotto’ di Corso Vittorio Emanuele a Caltanissetta, un luogo che per me era già allora un rifugio, un laboratorio, un mondo.

L’Editore, un uomo dagli occhi che sembravano sapere più di quanto dicessero, mi vide sfogliare, presso la sua libreria, un grande volume dedicato a Umberto Boccioni. Conoscevo già la sua opera Materia: l’avevo scoperta qualche mese prima, quasi per caso e da allora non riuscivo più a togliermela dalla mente.

“Ti piace Boccioni?” disse avvicinandosi piano. Annuii senza alzare lo sguardo. “Quell’opera… Materia… è come se fosse viva”, mormorai. Lui sorrise: “È viva. Perché tu la vedi muoversi”.

Sfogliai il libro con una lentezza quasi religiosa. Ogni pagina era una rivelazione: schizzi, studi, dettagli, parole. Era come entrare nella mente di Boccioni, come camminare dentro la sua energia.

Poi chiusi il volume, lo guardai e dissi, con un misto di timidezza e coraggio: “Vorrei comprarlo”.

Il libraio mi osservò a lungo, come valutando qualcosa che non aveva a che fare con il denaro. “Quanto puoi permetterti?” chiese. Abbassai gli occhi. “Poco”. Lui sorrise: “Allora facciamo così: me lo paghi a rate. Quando puoi. L’importante è che lo studi”.

Fu così che portai a casa il mio primo grande Libro d’arte. Lo tenevo tra le braccia come un oggetto sacro. Quella notte, sotto la lampada della mia scrivania, sfogliai le pagine dedicate a Materia fino a stancarmi.

Sul mio quaderno scrissi: “La forma è un movimento che si è fermato un attimo per farsi vedere”. Non sapevo che quella frase sarebbe diventata la radice di tutto».

Gli anni della formazione: la materia che respira

Negli anni successivi, ogni opera era un tentativo di capire cosa avesse davvero visto in Materia. Non era solo un volto, non era solo una città: era un campo di forze. Era energia.

«Quando iniziai a lavorare a Uomo e Macchina, negli anni Ottanta, sentivo che stavo continuando quel dialogo iniziato da bambino. Ricordo una sera nel mio studio, circondato da tele e schizzi, pensai: “Non è il corpo che dipingo… è ciò che lo attraversa”. E subito dopo: “Boccioni aveva ragione: la materia è movimento”.

Con Città in Trasformazione, la città diventava un organismo. Con l’opera più recente Connessioni, il digitale si è trasformato in una rete di pulsazioni. Ogni composizione era un tentativo di rendere visibile ciò che non si vede».

Il genoma: la materia che parla

«Quando iniziai la serie Genoma, mi sembrò di tornare a dodici anni. Il codice della vita era come Materia: una forma che vibra, che si apre, che si trasforma.

Ricordo un ricercatore che mi mostrava una sequenza genetica su uno schermo: “Vedi? È tutto qui”. “No”, risposi. “È tutto lì, nella vita che genera”. Lui sorrise: “Allora tu non dipingi il genoma”. “No”, dissi. “Io dipingo ciò che il genoma fa”».

La luce: la materia accelerata

Con Fotoni, Spettri e Onde di Energia, la luce divenne un laboratorio.

«Una notte, guardando una lampadina, pensai: “La luce è materia che ha deciso di correre”».

La fragilità: la materia che chiede cura

Con Corpo Vulnerabile e Anatomie dell’Anima, l’artista entrò nel territorio della fragilità.

«Ricordo una visita in Ospedale, un corridoio bianco, un paziente che mi disse: “L’arte non può guarire, ma può farci sentire vivi”. Quella frase mi rimase dentro. Scrissi: “La fragilità è una forma di energia che chiede di essere ascoltata”».

Il sincrotrone: la materia che guarisce

L’incontro con l’Adroterapia è stato un punto di convergenza.

«Il Sincrotrone è per me la versione contemporanea di Materia: un luogo in cui la forma si apre, si muove, si trasforma.

Ricordo la prima volta che vidi la curva del Bragg Peak. Pensai: “Qui l’energia si concentra per colpire il tumore. Sembra quasi il respiro della cura”».

L’opera: la materia che diventa speranza

«In Sincrotrone: l’arte come accelerazione di speranza ho messo tutto: la lezione di Boccioni, la città che respira, il genoma che parla, la luce che corre, la fragilità che chiede ascolto.

Le traiettorie circolari sono nate una notte, mentre dicevo a me stesso: “La cura è un movimento”. Le zone luminose sono nate guardando una lampada, come quando ero ragazzo. Le stratificazioni cromatiche pensando al genoma. I contrasti materici pensando alla città.

Oggi so che il mio percorso è iniziato davvero a dodici anni, davanti a Materia, grazie a Vito Cavallotto, quel libro comprato a rate è stato il mio primo sincrotrone: un acceleratore di visioni, di domande, di possibilità.

E forse è per questo che continuo a credere che arte e scienza non siano mondi separati. Sono due modi diversi di cercare la stessa cosa: la verità della vita.

In fondo, il mio lavoro è sempre stato questo: trasformare l’energia in forma, la forma in conoscenza, la conoscenza in speranza».

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