Viviamo in un’epoca in cui la forma ha fagocitato la sostanza, e la comunicazione politica e istituzionale sembra essersi ridotta a un esercizio di stile fine a sé stesso.
L’immagine forte ed evocativa che apre questa riflessione ci pone davanti a uno specchio scomodo: “Il Potere ostenta ridicola immagine dinanzi a misera sostanza”.
Ma cosa significa esattamente trovarsi di fronte a un’architettura di potere che fa acqua da tutte le parti pur erigendosi a baluardo di magnificenza?
Quando la sostanza, ovvero l’efficacia dei provvedimenti, la concretezza delle risposte ai bisogni dei cittadini, la solidità etica e morale, viene meno o si riduce ai minimi termini, l’unica arma rimasta a disposizione del potere autoreferenziale è il ricorso all’iper-rappresentazione.
Si investe massicciamente sul ridicolo apparato scenografico: loghi sfarzosi, slogan roboanti, comunicati stampa blindati e narrazioni digitali patinate che evitano accuratamente il confronto diretto.
È il meccanismo della maschera che cerca di nobilitare un volto privo di espressione, dove più il contenuto è fragile, più la confezione deve apparire pesante e inattaccabile. Tuttavia, l’aggettivo inserito nell’enunciato originario evidenzia lo scarto percettivo che si crea ormai regolarmente con il pubblico, il quale avverte l’artificiosità di questa messa in scena.
Nel panorama politico generale, questo fenomeno si traduce nella dittatura del consenso visivo e della propaganda permanente.
Il potere contemporaneo ha barattato la profondità strategica con la rapidità della percezione mediatica, governando per reel e per colpi a effetto che durano lo spazio di un mattino sui social media. Si rincorre ossessivamente il gradimento immediato curando i dettagli estetici e tralasciando la fattibilità o l’utilità reale delle riforme, arrivando a spettacolarizzare le crisi.
Anche di fronte a fallimenti evidenti, si risponde moltiplicando i proclami e blindando i canali informativi, come se un volume di pixel più alto potesse coprire il silenzio dei fatti e l’assenza di una vera visione programmatica.
La deriva diventa ancora più grottesca quando si osserva l’ambito politico locale, quello dei territori, dei comuni e delle province.
Qui il divario tra immagine e sostanza si consuma sotto gli occhi di tutti, trasformandosi spesso in una tragicommedia quotidiana.
A fronte di strade dissestate, servizi essenziali al collasso, uffici pubblici inefficienti e bilanci comunali in perenne sofferenza, le amministrazioni locali spendono energie e risorse sproporzionate in inaugurazioni faraoniche, kermesse estive spacciate per grandi eventi di rilancio o nella pubblicazione di video patinati sui social network.
I comunicati stampa blindati diventano lo scudo protettivo dietro cui la giunta di turno si trincera per evitare le domande scomode dei giornalisti o il malcontento reale dei cittadini, riducendo il dibattito democratico a un monologo autoreferenziale.
La conseguenza diretta di questo squilibrio, sia a livello macro che micro, è l’erosione progressiva della fiducia nelle istituzioni.
Quando la distanza tra ciò che viene mostrato nei comunicati stampa patinati e ciò che i cittadini sperimentano quotidianamente nella propria città diventa incolmabile, l’ostentazione perde ogni efficacia persuasiva e si trasforma in una farsa involontaria.
Il monito che emerge da questa riflessione è chiaro: l’immagine può illudere per un breve volgere di tempo, ma la realtà dei fatti ha la scorza dura. Per recuperare credibilità, il potere, soprattutto quello locale che dovrebbe essere il più vicino alla gente, è chiamato a compiere un viaggio a ritroso, abbandonando le luci abbaglianti della propaganda vuota per tornare a misurarsi con la fatica, spesso silenziosa, della sostanza. Ad Maiora
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