Esiste una “zona grigia” in Sicilia dove i corridoi delle Istituzioni sembrano incrociare, talvolta in modo fatale, i sentieri di figure vicine ai clan. È questo il cuore pulsante dell’inchiesta che, dopo aver travolto il supermanager della sanità Salvatore Iacolino, lambisce ora uno dei volti più noti di Forza Italia nell’isola: l’assessore regionale alle Attività Produttive, Edy Tamajo.
Il punto di partenza è il trionfo elettorale del 10 giugno 2024. Tamajo incassa una valanga di preferenze (oltre 120 mila) per le Europee, decidendo però di restare a Palermo anziché volare a Strasburgo. Ma è nell’agrigentino, e precisamente a Favara, che i numeri si fanno “anomali”.
In una città dove l’affluenza è stata minima, Tamajo ha ottenuto 1.127 voti: un elettore su sette ha scritto il suo nome. A rivendicare con orgoglio questo risultato sui social è il consigliere comunale Giuseppe Lentini, immortalato in scatti affettuosi con l’assessore.
Il problema, sollevato dalle ricostruzioni di Repubblica e Livesicilia, risiede nel profilo di Lentini. Gli inquirenti lo descrivono come un soggetto a “completa disposizione” di Domenico Blando, figura nota per essere stato il vivandiere del boss stragista Giovanni Brusca.
Si delinea così un inquietante legame generazionale:
– Domenico Blando: legato alla cattura di Brusca nel 1996.
– Giuseppe Vetro: l’uomo che fornì il covo a Brusca.
– Carmelo Vetro (figlio di Giuseppe): l’indagato che ha trascinato Iacolino nell’inchiesta e che, intercettato, si vantava di aver sostenuto politicamente sia Iacolino che Tamajo.
Edy Tamajo, che, giusto precisare, al momento non risulta indagato, respinge ogni ombra. In una nota ufficiale chiarisce di non aver mai conosciuto Carmelo Vetro e definisce i rapporti con Giuseppe Lentini come esclusivamente istituzionali:
“Il consigliere è stato incontrato solo nella sua qualità di amministratore locale, come centinaia di altri che hanno condiviso le mie proposte elettorali.”
Dopo il voto, precisa l’assessore, i contatti sarebbero stati solo “fortuiti e occasionali”.
La vicenda ha però innescato una reazione a catena dentro la maggioranza. Il leader del MPA, Raffaele Lombardo, ha chiesto al governatore Renato Schifani una “bonifica radicale” dell’amministrazione regionale. Non è più solo una questione di sanità; è una questione morale che tocca le fondamenta del governo.
Lombardo preme per un cambio di passo e per un rimpasto che ridimensioni l’asse tra i cuffariani e la Lega di Luca Sammartino. Ma con i processi in corso e un’aula “balcanizzata”, la navigazione di Schifani si fa sempre più perigliosa. Tra i corridoi dell’ARS, il timore è condiviso: anni di intercettazioni e trojan potrebbero far emergere nuovi dettagli su altri assessorati, trasformando la “zona grigia” in una tempesta giudiziaria senza fine.
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